Silenzio fotografico

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Ho attraversato così tanta distanza da non accorgermi che, in un punto senza nome, avevo smesso di pedalare e lasciato una parte di me ad attendere il mio ritorno.

Ho appoggiato al muro ciò che rimaneva del viaggio:

il fiato,
la lontananza,
le paure che non ero riuscito a condurre oltre.

Poi sono rimasto immobile, lasciando che la luce entrasse nelle mie fenditure senza domandarmi il permesso.

Non avevo chiesto nulla.

Avevo imparato a non farlo.

Esistono attese che, dopo molti anni, smettono di sorvegliare la strada. Si fanno minute, si raccolgono in un cantuccio dell’anima e imparano a non arrecare disturbo.

Continuano a esistere così:

senza più credere nell’arrivo di qualcuno,
senza concedersi il lusso di scomparire.

Oggi una frase ha attraversato il vetro.

Non ha bussato.

Non conosceva le stanze, ignorava ciò che avrebbe incontrato. È entrata con l’innocenza delle parole pronunciate altrove, inconsapevoli della profondità che possono raggiungere.

Ha sfiorato un punto che tenevo al riparo persino da me.

Per alcuni istanti non ho saputo cosa fare.

Ho avvertito un lieve sommovimento, quasi un respiro sotto le macerie. Qualcosa che credevo affidato per sempre al tempo tornava a reclamare la propria esistenza: un dolore ormai privo di voce, ma ancora capace di riconoscere la gentilezza di una carezza.

Sono rimasto lì.

Con il passato posato accanto
e il presente finalmente abbastanza vicino da non obbligarmi a scegliere.

La luce scendeva lenta.

Non cancellava le ombre.
Le rendeva meno sole.

In quella tregua ho compreso che certe ferite non desiderano guarire davanti a tutti. Non chiedono spiegazioni, risarcimenti, parole capaci di cambiare ciò che è stato.

Chiedono soltanto un luogo nel quale poter esistere senza doversi nascondere.

Non sono tornato indietro.

Non ne avrei avuto la forza, e neppure il desiderio.

Ho raggiunto, per il tempo concesso a un’emozione, il punto esatto in cui qualcosa di me aveva smesso di aspettarmi.

Non gli ho promesso che sarebbe andato tutto bene.

Non gli ho offerto una ragione.

Mi sono seduto accanto.

La tenerezza, a volte, possiede questa misura segreta: non salva, non interpreta, non pretende che il dolore diventi insegnamento.

Rimane.

Abbastanza vicina da impedirgli di sentirsi ancora un errore.

Poi il giorno ha ripreso il proprio movimento.

Io no.

Sono rimasto ancora un poco sotto quella luce, senza difendermi dalla felicità e senza provare vergogna per la tristezza che le respirava accanto.

Era un giorno perfetto.

Non perché ogni cosa avesse finalmente trovato il proprio posto.

Non perché ciò che mancava fosse tornato.

Era perfetto perché, nel luogo remoto in cui mi ero abbandonato, la vita si è seduta accanto a me e mi ha riconosciuto prima che io trovassi il coraggio di farlo.

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Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

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