Silenzio fotografico

·

Geografia del vuoto

Il vuoto non mi circonda. Mi precede.

È sempre stato qualche passo più avanti di me, vasto abbastanza da cancellare l’orizzonte e silenzioso al punto da farmi dubitare che una direzione sia mai esistita.

Non ho coordinate.

Nessun nord verso cui orientare le mie esitazioni, nessuna distanza da misurare, nessuna mappa capace di assicurarmi che oltre questo punto ci sia davvero un luogo.

Ho vissuto così:

avanzando per presentimento,
scegliendo con il battito,
affidando all’istinto ciò che la ragione non riusciva a condurre.

Ogni volta che cercavo una regola, la vita cambiava alfabeto. Quando credevo di avere compreso il percorso, il buio ne cancellava i margini e mi lasciava davanti a un’altra porzione d’ignoto.

Ho imparato allora a non domandare alla strada dove volesse portarmi.

Le strade mentono quando hanno paura di essere percorse.

Promettono approdi, disegnano lontananze, fingono di conoscere il punto esatto in cui smetteremo di sentirci smarriti. Ma io sono arrivato in luoghi perfettamente indicati senza riuscire a trovarmi.

E mi sono riconosciuto dove non esisteva alcun segnale.

Davanti a me la luce non compone un sentiero. Appare per frammenti, separata da intervalli che non concedono certezze. Non illumina abbastanza da mostrarmi la meta.

Mi offre soltanto lo spazio necessario per un passo.

Poi tace.

Ed è in quel silenzio che devo decidere se restare dove sono oppure consegnare il mio peso a qualcosa che ancora non vedo.

Il vuoto sovrasta ogni possibilità.

Non minaccia, non persuade, non tende la mano. Rimane immenso davanti alla mia piccolezza e attende che sia io a inventare la distanza.

Ho paura.

Non della caduta.

Ho paura che il passo successivo non appaia, che tutta questa luce intermittente sia soltanto il modo più elegante con cui l’oscurità mi invita a entrare.

Eppure sollevo il piede.

Perché restare immobile non mi protegge dall’ignoto: mi consegna lentamente a esso.

La prima impronta non stabilisce una rotta. La seconda non garantisce un arrivo. Ogni movimento contiene la propria vertigine e io non possiedo altro che questa ostinazione fragile, questo impulso senza grammatica che continua a spingermi dove non saprei indicare.

Procedo senza sapere.

Non è coraggio.

È una fiducia remota, quasi dimenticata, che si accende soltanto quando tutto il resto scompare: la certezza che non devo vedere l’intero cammino per meritare il passo che sto compiendo.

La mia vita non ha mai avuto una mappa.

Ha avuto deviazioni, voragini, ritorni pronunciati troppo tardi. Ha attraversato luoghi privi di nome e perduto direzioni che sembravano definitive.

Adesso comprendo che non ero fuori strada.

Ero io la strada: comparivo, un passo alla volta, ogni volta che trovavo il coraggio di attraversare il mio stesso buio.

2 risposte a “Silenzio fotografico”

  1. Questo silenzio fotografico è straordinario perché accomuna tutti… tutti lungo il percorso della propria vita hanno avvertito quel senso di vuoto e di smarrimento

    1. Il tentativo è questo…rendere universale una visione. NOn sempre riesco ma quando succede qualcuno lo ricorda e benissimo. Grazie Rita

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