Non esiste una forma.
Esiste una composizione.
Ed è diverso.
Perché una forma sembra chiederti di essere qualcosa di preciso.
Una composizione, invece, può mutare.
Può accogliere.
Può spostare qualcosa dentro di sé senza smettere di essere vera.
Siamo così.
Una costellazione di forme che continuano a cercare il proprio posto dentro di noi.
Alcune ci appartengono da sempre.
Le riconosciamo.
Hanno seguito ogni nostra geometria senza mai chiederci di cambiare per contenerle.
Altre no.
Altre arrivano e non sappiamo dove collocarle.
Non coincidono.
Non entrano.
Sembrano appartenere a qualcuno che non siamo ancora.
E per molto tempo possiamo persino credere che non siano per noi.
Poi cambiamo.
Poco.
Quasi niente.
Una piega.
Un margine.
Un modo diverso di sentire.
E ciò che prima non aveva spazio improvvisamente lo trova.
È questo che mi affascina.
La possibilità di non essere definitivamente compiuti.
Di poter modificare qualcosa dentro di noi perché qualcosa che mancava possa finalmente appartenerci.
Non deformarci per farlo entrare.
E nemmeno costringerlo ad assomigliarci.
Creare lo spazio.
Questo.
Creare lo spazio che prima non c’era.
Perché evolvere non significa diventare altro.
Significa diventare abbastanza vasti da contenere anche ciò che ieri non sapevamo contenere.
Cambiare cambiandoci.
Muovere una parte di noi perché un’altra possa finalmente trovare la propria collocazione.
E allora penso che l’incompletezza non sia una mancanza.
È una richiesta.
Ci dice che qualcosa deve ancora accadere dentro di noi.
Che non siamo ancora chi potremmo essere.
Non perché siamo sbagliati.
Ma perché esistono parti della nostra composizione che non abbiamo ancora imparato ad accogliere.
E questa cosa…
questa cosa mi rassicura profondamente.
Sapere che ciò che oggi non riesco a essere non è necessariamente ciò che non sarò mai.
Che una parte di me può ancora spostarsi.
Ammorbidirsi.
Dilatare i propri confini.
Imparare.
E fare posto.
È questa la trasformazione che riesco a chiamare evoluzione.
Non cambiare ciò che siamo per diventare qualcun altro.
Cambiare abbastanza da permettere a ciò che manca di raggiungerci.
Perché a volte continuiamo a cercare fuori la parte che dovrebbe completarci…
quando il problema non è trovarla.
È che dentro di noi non esiste ancora il luogo capace di contenerla.
E allora bisogna crearlo.
Lentamente.
Senza violenza.
Spostando qualche certezza.
Arretrando qualche paura.
Rendendo più permeabile un confine che credevamo necessario.
Finché un giorno qualcosa entra.
E non forza più niente.
Non ferisce.
Non chiede permesso.
Combacia.
Come se fosse sempre appartenuto a noi.
Come se avesse soltanto atteso che diventassimo capaci di contenerlo.
Non siamo incompleti perché ci manca qualcosa.
Siamo incompleti finché non impariamo a farle spazio.
Ed è una differenza immensa.
Perché significa che posso ancora cambiare.
Posso ancora diventare il luogo di qualcosa che oggi non so accogliere.
Posso ancora ridisegnare la mia geometria senza tradire ciò che sono.
E alla fine comprendo che non devo nemmeno trovare la forma che mi manca.
Devo soltanto diventare abbastanza vero
da lasciarle un posto dentro di me.

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