Silenzio fotografico

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C’è una parte di me che non sa annegare, perché ha vissuto troppo a lungo sott’acqua.

L’ho portata ovunque senza sentirne il peso.

Abitava sotto le parole che pronunciavo, nella piega composta dei miei gesti, dietro la calma con cui attraversavo i giorni. Non chiedeva di essere salvata. Aveva imparato a esistere senza fare rumore, come certe profondità che nessuna superficie riesce a confessare.

Oggi sono venuto a cercarla.

Avanzo lentamente, lasciando che ogni passo perda qualcosa: prima il rumore, poi la fretta, infine la necessità di sembrare intero.

L’acqua non mi respinge.

Mi riconosce.

Sale lungo il corpo con una delicatezza antica, raggiunge i luoghi in cui ho conservato ciò che non sapevo nominare e vi posa sopra il proprio silenzio. Non lava, non guarisce, non cancella.

Restituisce.

Alle mie spalle il mondo continua a esistere, ma non riesco più a sentirne le richieste. Davanti non c’è una destinazione. Soltanto una quiete scura nella quale posso finalmente smettere di spiegarmi.

Affondo le mani.

Non cerco il fondo.

Cerco la memoria del mio peso prima che imparassi a sostenerlo da solo.

Sotto di me qualcosa assume la mia forma, ma non mi somiglia. È il riflesso di tutto ciò che ho nascosto per rimanere visibile: le parole inghiottite, le carezze mancate, le stanze dalle quali sono uscito lasciando dentro una parte del respiro.

Ogni increspatura le disperde.

Ogni istante le ricompone.

Mi accorgo allora che non ho davanti un’immagine di me, ma la mia parte sommersa. Quella che il tempo non ha guarito perché non era malata. Era soltanto rimasta laggiù, fedele al punto in cui l’avevo abbandonata.

Mi aspettava senza sapere che stava aspettando.

Rimango immobile.

Se avanzassi ancora, il confine tra ciò che sono e ciò che ho perduto diventerebbe più sottile. Se tornassi indietro, riporterei a riva la stessa assenza con un nome nuovo.

Così resto.

A metà tra il respiro e la profondità, tra la vita che mostro e quella che continua a muoversi sotto di me. Per la prima volta non sento il bisogno di scegliere quale delle due sia vera.

Sono entrambe mie.

La luce che emerge
e l’ombra che la rende necessaria.

La voce che raggiunge gli altri
e il silenzio che nessuno ha mai saputo ascoltare.

La parte che ha continuato a vivere
e quella che, per permetterglielo, è rimasta qui.

Ora comprendo che la profondità non è quanto riesco a scendere.

È quanto di me sono disposto a incontrare quando non posso più distogliere lo sguardo.

Abbasso le mani come per accarezzare ciò che l’acqua custodisce. Non riesco a toccarlo, eppure lo sento avvicinarsi. Sale lentamente, attraversa il freddo, raggiunge il mio corpo.

Non domanda perdono per essere sopravvissuto.

Non lo domando nemmeno io.

Non sono venuto fin qui per affondare. Sono venuto a restituire il respiro alla parte di me che, per tenermi in vita, aveva imparato a respirare sul fondo

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