Perché alcune cose possono essere dette solo piano.
Tienilo ancora un po’
“Te lo riporto.”
Una frase normalissima.
Una mano tende qualcosa.
Un libro.
Una felpa.
Un ombrello.
Una penna.
Una cosa che per qualche giorno, qualche settimana, forse qualche mese, è stata lontana dal suo posto.
L’altro la guarda.
Poi dice:
“Non importa. Tienilo ancora un po’.”
Mi piace questa frase.
Perché sembra parlare di un oggetto.
E invece, qualche volta, parla di tutt’altro.
Ci sono cose che prestiamo senza pensarci.
Passano dalle nostre mani a quelle di qualcuno.
Entrano in un’altra casa.
Vengono appoggiate su un altro tavolo.
Portate in una borsa.
Dimenticate su una sedia.
Vivono per qualche tempo dentro una quotidianità che non è la nostra.
Poi tornano.
Identiche.
Quasi.
Perché un libro magari ha una pagina leggermente piegata.
Una felpa conserva per qualche ora un profumo diverso.
Dentro una tasca è rimasto uno scontrino.
Su una pagina c’è un minuscolo segno a matita.
E improvvisamente quell’oggetto possiede una storia che prima non aveva.
È stato nostro.
Poi, per un po’, è stato dentro la vita di qualcuno.
Credo che le relazioni facciano qualcosa di molto simile.
Ci prestiamo continuamente piccole parti di noi.
Una canzone.
Un consiglio.
Un’abitudine.
Un libro.
Una ricetta.
Un posto che amiamo.
Perfino un modo di vedere una cosa.
Diciamo:
“Prova.”
“Leggilo.”
“Ascolta questa.”
“Vai lì.”
E senza accorgercene affidiamo all’altro qualcosa che fino a quel momento apparteneva soltanto alla nostra esperienza.
Quando torna, se torna, non è più uguale.
Perché adesso contiene anche il suo sguardo.
Un libro
torna a casa.
Lo rimetti
sullo stesso scaffale.
Tra le stesse pagine
c’è una piega
che prima
non c’era.
La sistemi.
Poi ci ripensi.
E la lasci così.
Mi piace immaginare che alcune delle cose più belle tra due persone accadano proprio in questa contaminazione.
“Questo film devi vederlo.”
E aspettiamo di sapere quale scena gli sia rimasta dentro.
“Leggi questo libro.”
E siamo curiosi di scoprire se amerà la stessa frase che avevamo amato noi.
Non vogliamo soltanto condividere un oggetto.
Vogliamo incontrarci dentro qualcosa.
E quando accade è stranissimo.
Una canzone che ascoltavamo da anni cambia significato perché adesso sappiamo che la conosce anche qualcuno che amiamo.
Un luogo non è più soltanto nostro dopo averlo mostrato.
Persino una storia cambia quando passa attraverso gli occhi di un’altra persona.
Forse siamo fatti così.
Non sappiamo tenerci completamente separati.
Ci scambiamo continuamente piccoli frammenti.
E alcuni non tornano più.
Rimangono dall’altra parte.
Una frase nostra entra nel vocabolario di qualcuno.
Una sua canzone finisce nella nostra playlist.
Un consiglio ricevuto anni prima diventa il modo in cui affrontiamo ancora oggi certe giornate.
Non sappiamo più distinguere perfettamente cosa fosse nostro all’inizio.
E va bene.
Perché forse volersi bene non significa appartenersi.
Significa qualcosa di molto più libero:
essersi attraversati abbastanza da portare via, senza rubarlo, qualcosa dell’altro.
Questa sera guarda le cose che ti circondano.
Potresti trovarne qualcuna che non è soltanto una cosa.
Un libro regalato.
Una maglia.
Una tazza.
Una canzone salvata.
Una frase sottolineata.
Sono piccoli oggetti innocenti.
Eppure alcuni hanno imparato un mestiere segreto.
Conservano persone.
Sussurro
Forse le persone più importanti non sono quelle che riescono a trattenere una parte di noi, ma quelle dalle quali torniamo portando qualcosa che, dopo averle incontrate, non sapremo più restituire.
Buonanotte. 🌙

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