Perché alcune cose possono essere dette solo piano.
Fermo un attimo
“Aspetta.”
Qualcuno si avvicina.
“Fermo un attimo.”
Una mano sistema il colletto della camicia.
Toglie un capello dalla giacca.
Raddrizza una piega.
Sfiora qualcosa vicino al viso.
Dura pochissimo.
Due secondi.
Poi:
“Ecco.”
E la vita continua.
Mi piacciono questi gesti perché possiedono una confidenza particolare.
Per farli bisogna avvicinarsi.
Entrare per un istante nello spazio dell’altro.
Guardarlo da vicino.
Abbastanza da accorgersi di un dettaglio che lui non poteva vedere.
E senza pensarci, sistemarlo.
Non è importante ciò che viene corretto.
Il colletto poteva rimanere storto.
Quel capello non avrebbe cambiato niente.
La piega sarebbe scomparsa da sola.
Il punto è un altro.
Qualcuno ci ha guardati abbastanza da accorgersi di una cosa minuscola.
Forse la tenerezza comincia spesso proprio così.
Non nelle cose che chiediamo.
In quelle che qualcuno nota.
“Hai qualcosa qui.”
E una mano arriva sul nostro viso.
Istintivamente chiudiamo appena gli occhi.
Un secondo.
Non per paura.
Al contrario.
Perché sappiamo chi ci sta toccando.
C’è una fiducia enorme nei gesti ai quali non reagiamo.
Una mano si avvicina e il corpo non indietreggia.
La riconosce.
Le permette di arrivare.
È strano quanto amore possa esserci in qualcosa che, visto da fuori, sembrerebbe niente.
Una madre che sistema i capelli a un figlio prima di una fotografia.
Due amici prima di entrare da qualche parte.
Una donna che aggiusta la cravatta a un uomo.
Un uomo che toglie delicatamente qualcosa dai capelli di lei.
Un gesto antico.
Quasi istintivo.
Come se volersi bene significasse anche guardare l’altro e pensare:
aspetta, lascia che mi prenda cura per un secondo di quella piccola parte di te che tu non riesci a vedere.
Una mano
si avvicina
al tuo viso.
Tu non chiedi
perché.
Non ti sposti.
Chiudi appena
gli occhi.
Due secondi.
Poi:
“Ecco.”
E il mondo
può ricominciare.
Questa sera pensa alle mani davanti alle quali non indietreggi.
È una cosa alla quale raramente facciamo attenzione.
Passiamo la vita proteggendo il nostro spazio.
Il corpo conosce le distanze.
Sa quando qualcuno è troppo vicino.
Sa quando arretrare.
Poi esistono persone per le quali quella distanza cambia.
Possono avvicinarsi.
Sistemarci una ciocca.
Sfiorarci una guancia.
Toglierci qualcosa dalla spalla.
E noi continuiamo a respirare normalmente.
Forse l’intimità non è soltanto desiderare il contatto.
È non avere bisogno di difendersene.
Sapere che quella mano non farà male.
Che non prenderà.
Che non invaderà.
Sistemerà soltanto qualcosa.
Poi tornerà al proprio posto.
E forse è questo che rende certi gesti così dolci.
Non trattengono.
Non pretendono.
Non chiedono nemmeno di essere ricordati.
Accadono.
“Fermo un attimo.”
Una carezza travestita da aggiustamento.
Poi la persona si allontana.
Noi riprendiamo ciò che stavamo facendo.
E nessuno dei due pensa di aver appena detto qualcosa di importante.
Eppure, per un istante, un essere umano ha affidato il proprio volto alle mani di un altro.
Non è poco.
Sussurro
Ci sono mani davanti alle quali chiudiamo gli occhi senza paura. Se ne hai incontrata una, abbine cura: il corpo riconosce spesso un luogo sicuro molto prima che il cuore trovi il coraggio di chiamarlo casa.
Buonanotte. 🌙

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