Senza senso

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Esiste un miraggio.

Ed è strano, perché continuiamo a comportarci da visionari quando abbiamo ricevuto in dote qualcosa di molto più semplice e terribile:

la certezza.

La certezza come forma decodificata della realtà.

Non possiamo inventarci ciò che accade.
Non possiamo correggerlo soltanto perché ci disturba.
Non possiamo chiamare eccezione ciò che continua a ripetersi sotto i nostri occhi.

Eppure sembriamo eterni SOGNATORI, in attesa che, per qualche benevolenza sconosciuta, arrivi una soluzione che non abbiamo, non conosciamo e, probabilmente, non comprendiamo nemmeno.

Accontentarci.

Sarebbe semplice.

Potrebbe persino diventare l’epilogo sereno della nostra esistenza, se possedessimo la capacità di distinguere ciò che dovrebbe bastare da ciò che abbiamo trasformato in bisogno.

Perché esiste il necessario.

Poi esiste il desiderio.

E infine esiste il TROPPO.

Ed è proprio lì che la scena cambia.

Esiste un limite alla fortuna?
Alle opportunità?
Alla possibilità di avere?

Non lo so.

So però che viviamo in un mondo deframmentato, incapace di restituire la stessa immagine a esseri umani che appartengono alla stessa specie.

La natura, paradossalmente, sembra conoscere meglio di noi il proprio ordine.

Non stabilisce il valore attraverso il possesso.
Non decide quale albero meriti la pioggia.
Non chiede a un fiore quanto denaro abbia prima di concedergli il sole.

Noi sì.

Noi abbiamo costruito un mondo nel quale la cosa più irripetibile che esista — l’essere umano — può assumere valori differenti a seconda del punto geografico nel quale ha avuto la sorte di nascere.

Ed eccoci qui.

Un continuo, indecente up and down dell’esistenza.

Nello stesso istante.

Nello stesso pianeta.

Sotto lo stesso cielo.

Da qualche parte c’è un ristorante stellato nel quale qualcuno mangia per conoscere il gusto dell’eccellenza.

Da un’altra parte c’è un essere umano che potrebbe morire per qualcosa il cui costo sarebbe insignificante rispetto al prezzo di quella cena.

Chiamatelo capitalismo.

Chiamatelo indifferenza.

Chiamatelo spreco.

Assurdità.

Ingiustizia.

Dategli il nome che preferite.

Il morto non lo conoscerà.

Ci hanno insegnato che si nasce e si muore.

Vero.

Hanno dimenticato di dirci che non si nasce allo stesso modo.

E soprattutto che non si muore allo stesso modo.

Ci sono morti che arrivano dopo una vita intera.

E morti che arrivano quando della vita non si è ancora imparato nemmeno il nome.

Io questa differenza l’ho vista.

Molti anni fa trascorsi sei mesi in Africa, tra Etiopia, Congo e Ruanda, prima che il 1994 consegnasse al mondo uno degli orrori più terribili della sua storia.

Non ero partito per cambiare il mondo.

Ero partito per mantenere una promessa.

Una persona a me cara non c’era più.

Avrebbe dovuto esserci lei.

Per amore, andai al suo posto.

Pensavo che sei mesi fossero una quantità di tempo.

Non sapevo ancora che sarebbero diventati una misura della mia vita.

Perché quei sei mesi furono il dolore più vasto e incontenibile che abbia mai dovuto lasciare entrare dentro di me.

Ho scoperto che si può morire sorridendo.

Che si può essere felici possedendo quasi niente.

Che si può morire per qualcosa che, dalla nostra parte del mondo, lasciamo scadere in un frigorifero.

Ho visto persone avere pochissimo e aggrapparsi alla vita con una forza che non avevo mai conosciuto.

E ho visto bambini morire.

Uno.

Due.

Tre anni.

A quell’età non dovresti ancora sapere nulla della morte.

Dovresti imparare a correre.

Cadere.

Rialzarti.

Pronunciare male una parola.

Stringere una mano perché hai paura.

Addormentarti mentre qualcuno ti porta in braccio.

Non morire.

Ci sono esperienze dalle quali non torni con un insegnamento.

Questa parola non mi piace.

“Insegnamento” sembra qualcosa che impari e poi sistemi ordinatamente dentro di te.

No.

Alcune esperienze entrano e spostano tutto.

Non ti cambiano.

Ti trasformano.

Diventi qualcosa che prima non eri e, soprattutto, perdi per sempre la possibilità di tornare esattamente quello che eri.

Da allora ho capito quanto costa un sorriso.

Quanto vale svegliarsi.

Quanto sia prezioso avere fame sapendo che mangerai.

Quanto sia enorme aprire un rubinetto senza chiederti se quell’acqua potrà ucciderti.

E soprattutto ho capito una cosa che ancora oggi mi accompagna:

il troppo non è una necessità.
E il poco non è un merito.

Non c’è nobiltà nella miseria.

Non c’è poesia nella fame.

Non c’è alcuna lezione romantica da ricavare da un bambino che sorride pur non avendo nulla.

Avrebbe diritto ad avere.

Avrebbe diritto a desiderare.

Avrebbe diritto persino al superfluo.

Avrebbe diritto a diventare adulto e scoprire da solo quanto è inutile possederne troppo.

Perché vivere è un dono per tutti.

Non soltanto per chi nasce dalla parte fortunata della geografia.

E quando penso a quei bambini di uno, due, tre anni che ho visto morire, c’è una domanda che ancora oggi non riesco a rendere meno feroce:

se vivere significa avere così poco tempo da non riuscire nemmeno a ricordare di essere esistiti, quale senso possiamo pretendere di dare alla morte?

Nessuno.

Ed è questa la parte che continua a farmi male.

Non che nel mondo esistano persone che hanno molto.

Non considero una colpa stare bene.

Non considero una colpa cenare in un ristorante stellato.

Non considero una virtù essere poveri.

Il problema nasce quando il nostro TROPPO riesce a convivere serenamente con il niente degli altri.

Quando sappiamo.

E continuiamo.

Quando vediamo.

E ci abituiamo.

Quando una tragedia ripetuta abbastanza volte smette persino di sembrarci una tragedia.

Da qualche parte, questa sera, qualcuno spenderà per un’esperienza ciò che altrove potrebbe rappresentare acqua, cibo, medicine, tempo.

Vita.

E contemporaneamente, in un luogo che probabilmente non conosceremo mai, qualcuno morirà.

Magari sorridendo.

Magari stringendo una mano.

Magari con quella voglia di vivere che io, in sei mesi, ho visto negli occhi di persone che possedevano infinitamente meno di me e sembravano conoscere infinitamente meglio il valore dell’esistenza.

Non so quale sia la soluzione.

Dopo tutti questi anni non l’ho trovata.

Ma conosco la certezza da cui ero partito.

Ed è molto più scomoda di qualsiasi risposta.

Nasciamo tutti senza averlo chiesto.

Moriamo tutti senza poterlo evitare.

Ma quello che accade tra queste due cose non dovrebbe dipendere così brutalmente dal luogo nel quale abbiamo avuto la fortuna — o la sfortuna — di aprire gli occhi.

Perché nessuno dovrebbe meritarsi la vita.

La vita dovrebbe venire prima del merito.

Prima del denaro.

Prima della geografia.

Prima di noi.

E se un bambino muore prima ancora di poter immaginare cosa diventerà da grande, non chiedetemi di trovare una spiegazione abbastanza bella da poterla accettare.

Non ce l’ho.

Ho soltanto il ricordo di alcuni sorrisi.

Sono passati più di trent’anni.

E non sono ancora riuscito a lasciarli lì.

Tutto quello che non dimenticherò

2 risposte a “Senza senso”

  1. “Ho soltanto il ricordo di alcuni sorrisi.”
    intendi… di bambini… africani? (come la bimba nella tua foto immagine?)

    1. Stranamente di queste esperienze non ti restano tanti ricordi piacevoli…ma ne ricordo tanti brevi e intensi. Il sorriso e la dolcezza dipinti su loro volti era molto più potente di una felicità troppo ricca di cose a cui siamo sottoposti ogni giorno…felicità si ma a tempo senza profondità. La foto inserita è una foto in rete…non c’era questa tecnologia nel 1993 e non di certo in quel contesto. Li non esiste la possibilità di fermarti, di fare una foto…ci sono troppe priorità che precedono qualsiasi leggerezza. Quando si combatte con la vita si diventa concreti, quasi schematici…l’unico lusso che puoi donare è il tuo amore, il tuo impegno e nascondere quanto soffri, perchè qualsisi sofferenza che provi non sarà mai paragonabile alla loro.

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