Ho compreso quanto fossi stato severo con me stesso
soltanto quando mi sono accorto
che ero cambiato davvero.
Non è successo davanti a uno specchio.
Gli specchi arrivano sempre tardi.
Continuano a restituirti gli stessi occhi,
le stesse rughe che imparano lentamente il tuo nome,
la stessa faccia che porti nel mondo
mentre dentro hai già traslocato mille volte.
Non ho cercato di capire chi fossi
come si cerca un errore da correggere.
Era qualcosa di più sottile.
Come quando sistemi un quadro,
fai due passi indietro,
lo guardi
e senti che manca ancora qualcosa.
Non sai cosa.
Un’inclinazione.
Una luce.
Un millimetro.
Sempre quel maledetto millimetro.
Ho vissuto così molte parti di me.
Riguardandole.
Correggendole senza cancellarle.
Tornando qualche volta nei luoghi interiori
dai quali ero già riuscito a uscire,
soltanto per chiedermi
se oggi avrei scelto ancora la stessa porta.
E certe volte la risposta faceva male.
Perché crescere ha anche questa crudeltà:
ti consegna occhi nuovi
con cui guardare gli errori di quando ancora non li avevi.
E non puoi tornare indietro.
Puoi soltanto guardarli.
Restare.
Perdonarne qualcuno.
Portarne altri con te.
E continuare.
La cosa più strana è che mentre cambi
non senti quasi nulla.
Nessun rumore.
Le rivoluzioni più profonde hanno imparato a camminare scalze.
Le giornate continuano ad avere ventiquattro ore.
Le persone continuano a chiamarti con lo stesso nome.
La casa conserva i suoi rumori.
Le chiavi finiscono nello stesso posto.
La notte arriva alla stessa ora.
E lo specchio restituisce quasi lo stesso volto.
Quasi.
Poi arriva un giorno qualsiasi.
Ed è questo che fa impressione.
Non il giorno importante.
Non quello che ricorderai.
Non una data da cerchiare sul calendario.
Un martedì.
Una mattina storta.
Una telefonata.
Una frase detta male.
Qualcuno che ti ferisce proprio dove una volta sapeva trovarti.
E tu aspetti.
Aspetti quello che eri.
La rabbia.
La paura.
La fuga.
Il bisogno di spiegarti.
Quella vecchia necessità di essere compreso a qualunque costo.
Aspetti.
Ma non arriva.
Rimani lì.
E improvvisamente comprendi.
Non hai cambiato strada.
È cambiato l’uomo che la sta percorrendo.
Non sapresti dire quando sia successo.
Non esiste un giorno preciso in cui smettiamo di essere ciò che eravamo.
Accade un poco alla volta.
Dentro tutte le volte in cui avresti potuto cedere
e hai resistito ancora un minuto.
Nelle parole che hai ingoiato.
In quelle che finalmente hai detto.
Nelle persone che hai lasciato andare
anche se una parte di te correva ancora dietro di loro.
Nelle porte che hai chiuso tremando.
Nelle altre che hai avuto il coraggio di lasciare socchiuse.
Dentro ogni volta in cui ti sei guardato
e hai pensato:
non basta.
Non ancora.
Un poco meglio.
Non perfettamente.
Meglio.
Ho impiegato molto tempo a capire
quanto fosse enorme la distanza tra queste due parole.
La perfezione è immobile.
Ti aspetta alla fine di una strada che non esiste
e intanto ti convince
che tutto quello che sei
non sia mai abbastanza.
Migliorare, invece, cammina.
Cade.
Si sporca.
Qualche volta torna indietro.
Ha le ginocchia sbucciate,
le mani stanche,
certe notti in cui vorrebbe mandare tutto al diavolo.
Ma la mattina dopo
si alza.
E fa un altro passo.
Un millimetro.
Soltanto uno.
Ancora.
Credo di essermi consumato parecchio
nel tentativo di raggiungere qualcuno
che continuavo a spostare più avanti.
Ogni volta che gli arrivavo vicino
alzavo l’asticella.
Ancora.
Ancora.
Ancora.
Come se essere me stesso
fosse un esame che non avevo mai finito di sostenere.
Ed è questa la parte che oggi mi fa un po’ male.
Non essere stato severo.
Ma non essermi accorto
di quanta strada stessi facendo
mentre continuavo a rimproverarmi
quella che mancava.
Avrei potuto fermarmi qualche volta.
Guardarmi.
Dirmi che andava bene anche così.
Non l’ho fatto.
Eppure sono arrivato qui.
Non migliore di qualcuno.
Non peggiore.
Nemmeno quello che immaginavo.
Qui.
Con alcune cose finalmente al loro posto
e altre che probabilmente non lo saranno mai.
Con meno bisogno di dimostrare.
Con più cicatrici.
Con qualche certezza perduta per strada
e una strana forza che non ricordavo di avere.
Allora mi volto.
Guardo quello che ero.
Quell’uomo che pretendeva continuamente qualcosa da sé,
che cadeva e invece di medicarsi
misurava quanto gli mancasse ancora per arrivare.
Vorrei quasi raggiungerlo.
Mettergli una mano sulla spalla.
Dirgli qualcosa.
Ma non lo faccio.
Perché adesso so
che aveva bisogno anche di quella durezza
per portarmi fin qui.
Così lo lascio andare.
Poi guardo davanti.
La strada non è finita.
Naturalmente manca ancora qualcosa.
Un’inclinazione.
Una luce.
Un millimetro.
Sorrido.
Perché questa volta
non mi interessa raggiungerlo.
Mi interessa essere ancora capace di camminare.

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