Silenzio fotografico

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Dalla parte in cui comincia il cielo

Sono rimasto sulla soglia così a lungo che il mondo, non sapendo più da quale parte attendermi, ha cominciato a chiamarmi da entrambe.

Alle mie spalle respirano ancora le stanze che mi hanno conosciuto.

Conservano il rumore dei miei passi, le parole lasciate a metà, le notti in cui ho chiuso gli occhi soltanto per non dover guardare ciò che stava finendo.

Davanti a me c’è una luce che non promette nulla.

Ed è proprio questo a spaventarmi.

Siamo cresciuti credendo che ogni partenza avesse bisogno di una destinazione, che per attraversare una porta occorresse sapere dove andare. Nessuno ci ha insegnato che esistono momenti in cui salvarsi significa avanzare senza possedere alcuna certezza.

Un passo soltanto.

Poi lasciare che sia la vita a inventare il terreno.

Io, invece, sono ancora qui.

Tengo aperti due lembi del mondo come se potessi impedire loro di richiudersi. Non appartengo più completamente a ciò che lascio, ma non sono ancora parte di ciò che mi attende.

Sono il punto esatto in cui una vita esita prima di diventare un’altra.

Dentro questa sospensione, ogni cosa acquista un peso diverso.

La paura non è più paura: è il corpo che ricorda tutte le volte in cui ha avuto il coraggio di resistere.

La solitudine non è assenza: è lo spazio necessario per ascoltare quale voce, tra le molte che porto dentro, mi somiglia ancora.

Persino il dolore cambia nome.

Non è più la ferita.

È la mano invisibile che mi ha accompagnato fin qui senza chiedermi di essere guarito.

Ho trascorso anni a pensare che la forza fosse restare. Tenere insieme. Non deludere le pareti, le promesse, l’immagine di me che avevo consegnato agli altri.

Ora so che anche andare via possiede una sua fedeltà.

Si può essere fedeli a ciò che siamo stati senza condannarsi a esserlo per sempre.

Si può ringraziare una stanza e non abitarla più.

Si può amare ciò che resta e, nello stesso istante, scegliere di oltrepassarlo.

La luce continua a chiamarmi senza pronunciare il mio nome.

Non mi domanda chi ero.

Non pretende di sapere chi diventerò.

Mi offre soltanto un altrove abbastanza vasto da contenere la persona che non ho ancora avuto il coraggio di essere.

Allora sollevo appena il piede.

Il passato trattiene il respiro.

Il futuro non fa alcun rumore.

E comprendo che le soglie non dividono davvero due luoghi. Separano la vita che abbiamo sopportato da quella che non abbiamo ancora osato desiderare.

Non so se sto partendo.

Non so se sto tornando.

So soltanto che, per la prima volta, non ho bisogno di scegliere tra il buio e la luce.

Porterò con me entrambi.

Il buio, perché conosce ogni parte di me che ha resistito senza essere vista.

La luce, perché sa già dove condurmi anche quando io non possiedo una direzione.

Rimango ancora un istante.

Non per indecisione.

Per salutare in silenzio la persona che sono stata, chinarmi davanti a tutto ciò che ha sopportato e restituirle la libertà che, per paura, le avevo sottratto.

Poi attraverso.

E mentre il mondo si spalanca senza spiegarmi nulla, capisco che non stavo aspettando il coraggio di uscire.

Stavo aspettando che la vita, dall’altra parte della soglia, diventasse finalmente abbastanza immensa da somigliare a me.

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