Manifesto di Silenzio Letterario
Lo scrivo o non lo scrivo?
È una delle domande che rivolgo più spesso alla mia mente.
Lì dentro vive il mio editore più severo: quello che stabilisce che cosa sia utile, che cosa appartenga davvero a Silenzio Letterario, che cosa possa diventare una riforma e che cosa rimanga soltanto una ribellione.
Se fossi rimasto intatto, fedele ai miei vent’anni, alle aspettative di allora, alla parte più indomabile dei miei sogni, oggi sarei un rivoluzionario.
Ho scritto un libro, Strati di separazione, che somiglia molto a un’autobiografia. In quelle pagine il personaggio che sostiene l’intera costruzione narrativa non è il protagonista, ma una figura apparentemente secondaria. Accade spesso nei miei romanzi: chi occupa il centro della scena non sempre è colui che regge il peso dell’edificio.
Quel personaggio è un rivoluzionario.
Con l’età comprende una verità scomoda: la rivoluzione è indispensabile alla Storia, molto meno alla soluzione.
La vita concreta procede in un altro modo.
Chiede di mediare, trattenere, respirare. Talvolta persino reprimere e ignorare. Non perché manchi il coraggio, ma perché si arriva a capire che non ogni battaglia merita una porzione della nostra esistenza.
Il mio editore interiore ripete sempre la stessa frase:
Silenzio Letterario non sarà mai un luogo nel quale cercare. Sarà un luogo nel quale ritrovare.
Per questo la censura che pratico su queste pagine, la mia censura, non quella imposta da altri, è una delle forme più autentiche e antiche della credibilità. È una disciplina. Una responsabilità. Soprattutto, è coerenza.
Permettetemi allora di presentarvi Francesco.
Francesco è l’ideatore di Silenzio Letterario, ma è anche l’articolista, l’autore, il web designer, il responsabile informatico, il segretario e il primo lettore. È colui che scrive e, subito dopo, si siede dall’altra parte della pagina per domandarsi se quelle parole abbiano davvero il diritto di esistere.
Quando ho immaginato questo sito, desideravo estromettere tutto ciò che produce rumore senza generare senso. Non volevo un luogo pieno di ciò che si cerca per abitudine, ma uno spazio abitato da ciò che si trova. E, in determinate notti, da ciò che ci trova.
Da qui nasce la domanda iniziale.
Lo scrivo o non lo scrivo?
Non parlo di politica.
Non la considero degna di entrare in un luogo nel quale la lealtà, l’onestà e la giustizia dovrebbero conservare un significato non negoziabile. In Italia la politica è diventata troppo spesso una liturgia del potere: corruzione, interessi opachi, consorterie, facciate ben illuminate e compromessi conclusi in stanze che il cittadino non vedrà mai.
La chiamano mediazione.
Ma mediare, in certi contesti, significa trovare un punto d’incontro tra ciò che è realmente accaduto e la versione che conviene raccontare. Si nasconde qualcosa da una parte, si assopisce qualcos’altro dall’altra, quindi si offre al pubblico una verità resa innocua.
Molti politici abitano una realtà impermeabile alla vita comune. Parlano di sacrifici senza praticarli, di rinunce senza conoscerle, di difficoltà osservate attraverso i vetri oscurati di un’automobile istituzionale. Non vivono il mondo del cittadino: lo amministrano da una distanza siderale.
Non parlo di guerre.
La guerra è già assurda nella propria etimologia morale, prima ancora che nella sua devastazione. Non possiede alcuna logica capace di trovare posto in un’umanità che dovrebbe occuparsi di vivere.
Politica e guerra indossano spesso lo stesso abito, utilizzano lo stesso microfono e perseguono il medesimo obiettivo: comandare, assoggettare, sopprimere.
Non parlo di sport.
La parola è stata consumata, sfruttata, deformata in ogni latitudine. Quando smette di essere gesto, disciplina e incontro, per trasformarsi in industria dell’idolatria e del denaro, non mi riguarda più.
Non parlo di economia, nonostante sia stata la mia materia e il mio primo amore scolastico.
È inutile discutere di calcoli in un sistema che tenta di convincerti che due più due faccia uno, mentre gli altri tre scompaiono dentro mazzette, privilegi, corruzione e potere. I numeri sono onesti. È l’uomo che li addestra a mentire.
Non parlo di Chiesa né di religioni.
La mia domanda nacque quarant’anni fa, quando ero ancora un bambino e non riuscivo a comprendere come uno Stato circondato dall’oro, proprietario di immobili, banche e ricchezze incalcolabili, potesse convivere con la povertà distesa a pochi metri dal proprio ingresso.
Non capivo come potessero esistere palazzi sontuosi, vesti dal costo vertiginoso e patrimoni capaci di nutrire intere popolazioni, mentre accanto a quelle mura esseri umani dormivano per strada e morivano di fame.
Non comprendevo neppure come un luogo che si dichiara custode della verità potesse essere attraversato da silenzi, segreti e vicende oscure, come quella di Emanuela Orlandi, rimasta per decenni una ferita senza giustizia.
Continuo a farmi la stessa domanda: che cosa significa dichiararsi rappresentanti di Dio sulla Terra, se si diventa incapaci di vedere l’essere umano accasciato davanti alla propria porta?
Gesù nacque in una stalla.
Non indossava oro.
Trasformava in oro l’animo di chi incontrava.
Non parlo di cronaca.
Il giornalismo italiano autenticamente libero è diventato una specie rara. Quando un giornalista scrive ciò che il proprietario del giornale consente, quando la notizia viene modellata sugli interessi di chi paga, quando si racconta ciò che deve essere detto e non ciò che è accaduto, non siamo più davanti all’informazione.
Siamo davanti a un portavoce travestito da coscienza pubblica.
Si può vendere la propria voce e continuare a vivere serenamente. Ma non si può pretendere che quella compravendita venga ancora chiamata giornalismo.
Non parlo di giustizia.
Quando davanti a video, conversazioni, testimonianze e ricostruzioni inquietanti il potere riesce comunque a deformare la percezione dei fatti; quando la responsabilità viene spostata sulla vittima; quando il cognome di chi è coinvolto pesa più delle prove, non stiamo più discutendo di legge.
Stiamo assistendo a una scelta pilotata.
Ci raccontano persino che, quando entrano in gioco le emozioni, le regole dell’economia e della responsabilità possano diventare un’altra storia. È una teoria interessante: il giorno in cui una persona comune verrà perseguita per un illecito, potrà presentarsi davanti al giudice e dichiarare che erano coinvolti i sentimenti.
Vedremo se le apriranno immediatamente la porta.
Non parlo neppure di uomini come Sigfrido Ranucci, costretti a pagare un prezzo personale altissimo per avere illuminato stanze che dovevano rimanere buie. Essere ribelli significa quasi sempre pagare dazio: con la serenità, con gli affetti, talvolta con la salute.
Ed eccoci nuovamente alla domanda:
Lo scrivo o non lo scrivo?
Questo testo nasce in risposta a un messaggio privato. Una persona, firmandosi Christian, mi ha accusato di scrivere e parlare soltanto di “cazzate”. Secondo lui, per occuparmi di qualcosa di davvero importante, dovrei affrontare tutti gli argomenti dei quali ho appena spiegato la mia assenza.
Caro Christian, non ne parlo perché considero il tempo una sostanza preziosa.
Dormo tre ore per notte da quando ero bambino. Riempio le mie giornate di ciò che amo e cerco di compierlo con il cuore: la mia amata moglie, i legami generati dalla nostra unione, il lavoro e la passione più grande della mia vita.
Sono sensibile, romantico, appassionato. Ma sono anche una persona concreta.
Non consegno il mio tempo a ciò che, persino quando appare utile, rimane tragicamente sterile. Esistono meccanismi già decisi da altri, ingranaggi costruiti per sopravvivere alla nostra indignazione. Possiamo combatterli e accettarne il costo; possiamo diventare bersagli; possiamo consumare la salute nel tentativo di scalfire muri edificati per non ascoltare.
Oppure possiamo scegliere un altro genere di resistenza.
Io ho scelto le parole che qualcuno definisce “cazzate”.
Ho scelto l’amore.
La memoria.
Le fragilità che nessun telegiornale considera notizie.
Le assenze che continuano ad abitare le stanze.
Gli esseri umani che tentano di riconoscersi.
Le notti nelle quali una frase impedisce a qualcuno di sentirsi completamente solo.
Non è disimpegno.
È la mia forma di opposizione.
In un mondo che monetizza la rabbia, io custodisco la tenerezza.
In un tempo che premia chi urla, io difendo il diritto di parlare piano.
In una società che trasforma ogni dolore in spettacolo, io provo a restituire dignità al silenzio.
Silenzio Letterario non nasce per spiegare il mondo.
Non pretende di salvarlo.
Non insegue l’attualità e non mendica l’approvazione di chi confonde il clamore con il valore.
Silenzio Letterario esiste per ricordare che, sotto le ideologie, le bandiere, le economie, le guerre e le sentenze, resta ancora una creatura chiamata essere umano.
Se questo significa scrivere “cazzate”, continuerò a scriverle.
Con disciplina.
Con coscienza.
Con ostinazione.
Perché la rivoluzione che oggi mi interessa non conquista palazzi e non rovescia governi.
Entra in una persona senza fare rumore.
Le restituisce qualcosa che credeva perduto.
Poi si siede accanto a lei.
E rimane.
Lo scrivo o non lo scrivo?
Questa volta l’ho scritto.

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