La prima volta che il mondo mi parlò
Prima di quel momento non sapevo che si potesse restare immobili e, nello stesso tempo, andare così lontano.
Ero ancora nell’età in cui le cose non avevano bisogno di essere comprese.
Accadevano.
Una voce poteva abitare il vento, una pozzanghera contenere il cielo, due mani estranee sollevare dal nulla qualcosa di tanto fragile da cambiare il peso del giorno.
Non conoscevo il nome di ciò che mi stava raggiungendo.
Sapevo soltanto che, all’improvviso, il mondo aveva smesso di passarmi accanto.
Era entrato.
Aveva trovato una fessura minuscola, un punto rimasto aperto dentro di me, e vi aveva deposto qualcosa che non sarei più riuscito a restituire.
Gli adulti continuavano ad andare.
Passi rapidi, pensieri già in ritardo, destinazioni tenute strette come doveri. Ognuno sembrava conoscere la propria direzione e nessuno si accorgeva di quanto fosse straordinario perdersi.
Io non avevo alcun luogo nel quale arrivare.
Per questo potevo restare.

Ascoltavo senza sapere di ascoltare. Non distinguevo le note, non comprendevo la malinconia nascosta nel loro respiro. Eppure una parte di me, ancora priva di parole, riconobbe qualcosa.
Una nostalgia senza passato.
La mancanza di un luogo nel quale non ero mai stato.
Il desiderio di una vita che non avevo ancora cominciato.
Fu allora che compresi, senza comprenderlo davvero, che dentro ogni essere umano esiste una stanza molto più antica della sua età. Rimane chiusa finché un suono, un volto o un’improvvisa tenerezza non trova la chiave.
Poi si apre.
E non siamo più innocenti nello stesso modo.
Da quel giorno avrei imparato molte cose.
Che il tempo sottrae mentre sembra soltanto trascorrere. Che alcune persone arrivano per insegnarci la permanenza e se ne vanno. Che il dolore possiede una memoria più precisa della felicità. Che crescere significa spesso fingere di non sentire ciò che, da bambini, ci avrebbe fermati.
Avrei imparato perfino a camminare come gli altri.
A passare oltre.
A dire che non avevo tempo.
Ma sotto gli anni, le responsabilità, le perdite e tutte le voci con cui avrei tentato di somigliare al mondo, quel bambino sarebbe rimasto lì.
In ascolto.
Non aspettava che la musica ricominciasse.
Aspettava me.
Mi attendeva nel punto esatto in cui lo avevo abbandonato, con lo stupore ancora intatto tra le mani e una domanda che nessuna età avrebbe saputo pronunciare:
quando hai deciso che sentire così tanto fosse una debolezza?
Oggi sono tornato da lui.
Non gli ho raccontato quanto sia difficile diventare grandi. Non gli ho parlato delle assenze, delle promesse tradite, delle volte in cui ho continuato a vivere soltanto perché fermarmi avrebbe fatto troppo male.
Mi sono messo al suo fianco.
E per un istante ho lasciato che il mondo accadesse senza chiedermi nulla.
La musica era ancora là.
Non nelle strade.
Dentro di me.
Aveva attraversato tutti gli anni senza consumarsi, custodendo la parte che la vita non era riuscita a rendere adulta.
Allora ho capito che l’infanzia non finisce quando impariamo a camminare da soli.
Finisce quando nulla riesce più a interrompere il nostro cammino.
E che salvarsi, certe volte, non significa trovare una direzione.
Significa riconoscere ciò davanti a cui siamo ancora capaci di fermarci.
Perché diventiamo davvero grandi soltanto quando sappiamo tornare piccoli dinanzi a qualcosa che non comprendiamo, e permettiamo alla meraviglia di pronunciare il nostro nome.

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