Il volto che ho affidato alle mani
Ho occultato il volto per sottrarmi agli sguardi. Sono state le mani a divulgare ogni cosa.
Credevo bastasse rendermi inaccessibile.
Interrompere il passaggio tra ciò che avvertivo e ciò che il mondo avrebbe potuto decifrare. Celare la spossatezza, il cedimento, quella fenditura sottile che da giorni attraversava il mio nome senza riuscire a spezzarlo.
Non volevo essere scoperto.
Non perché custodissi qualcosa di inconfessabile.
Non possedevo più la forza di spiegarmi.
Esistono dolori che diventano ancora più crudeli quando siamo costretti a tradurli. Bisogna scegliere le parole, disporle in una sequenza plausibile, renderle accessibili a chi ascolta.
E durante quella faticosa trascrizione qualcosa si disperde.
Una parte rimane incagliata tra ciò che è accaduto e ciò che siamo riusciti a pronunciare.
L’altra continua a sanguinare in un idioma che nessuno conosce.
Così ho taciuto.
Ho lasciato che gli altri chiamassero riservatezza ciò che era sgomento, equilibrio ciò che era consunzione, forza ciò che non aveva ancora incontrato un luogo abbastanza misericordioso nel quale franare.
Sono diventato abile.
Ho imparato a pronunciare sto bene senza dovervi aderire. A sorridere nel punto esatto in cui la voce avrebbe potuto incriminarmi. A rimanere presente mentre, dentro, qualcosa di me prendeva congedo senza congedarsi.
Poi le mani sono salite.
Non è stata una decisione.
È stato il corpo a intervenire quando l’anima non riusciva più a proteggersi da sola.
Le mani sanno.
Possiedono una sapienza muta, antecedente a ogni pensiero.
Sanno prima di noi quando una carezza è diventata commiato. Ricordano il peso di chi abbiamo stretto, la temperatura delle stanze, le porte accostate piano per non destare nessuno.
Conservano ciò che il tempo presume di aver cancellato.
Le promesse.
Le rinunce.
I gesti interrotti un istante prima di diventare tenerezza.
Le volte in cui avremmo voluto trattenere qualcuno e abbiamo lasciato ricadere le braccia, perché anche l’amore, quando teme di non essere accolto, impara a contraffarsi in dignità.
Il volto può mentire.
Le mani no.
Portano addosso l’intera cartografia di ciò che abbiamo toccato e perduto. Sono l’archivio più veridico del corpo: non rammentano i giorni, ne trattengono la gravità.
Le sento aderire alla pelle come se volessero impedirmi di disperdermi.
Non mi stanno nascondendo.
Mi stanno ricomponendo.
Tra i palmi, il respiro si fa minuto. Il mondo arretra. Le voci perdono consistenza. Rimane soltanto questo buio tiepido, edificato da me per me, nel quale non devo apparire saldo, composto, riconoscibile.
Qui posso smettere.
Non di vivere.
Di opporre resistenza alla vita.
Per pochi istanti non appartengo ad alcuna aspettativa. Non sono ciò di cui gli altri hanno bisogno. Non devo rassicurare, rispondere, né escogitare un significato capace di nobilitare ciò che mi ha ferito.
Il dolore non deve impartirmi alcuna lezione.
Può limitarsi a dolere.
E io posso limitarmi a sentirlo.
È una libertà terribile: concedersi di non trasformare immediatamente ogni rovina in rinascita. Ammettere che esistano giorni privi d’insegnamento, ferite senza morale, cadute che non ci rendono migliori.
Ci rendono soltanto più umani.
Rimango così.
Non so quanto tempo trascorra. In questo recesso gli orologi non entrano. Il tempo non procede: pulsa.
A ogni battito restituisce qualcosa.
Un nome.
Una mancanza.
Una mia sembianza che avevo ripudiato per riuscire a continuare.
Le accolgo tutte.
Non chiedo loro di guarire.
Non prometto che domani sarò diverso.
Le lascio esistere, finalmente, senza vergogna e senza l’obbligo di diventare belle.
Poi disgiungo lentamente le dita.
Una scheggia di luce penetra nel buio.
Il mondo è ancora al proprio posto. Nessuno ha restaurato ciò che si era infranto. Le assenze non sono ritornate. Il dolore non si è fatto più lieve.
Eppure respiro.
Non perché tutto sia trascorso.
Perché, almeno questa volta, non sono passato io sopra ciò che provavo.
Tengo ancora le mani prossime al volto. Le osservo come si osservano due creature rimaste deste al nostro fianco durante la notte.
Hanno tremato.
Hanno ceduto.
Hanno pronunciato la verità che la mia bocca non sapeva articolare.
Adesso comprendo che non mi ero coperto per scomparire.
Avevo consegnato il mio volto alle uniche mani capaci di sottrarlo al sorriso con cui stavo tentando di estinguermi senza destare nessuno.

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