Perché alcune cose possono essere dette solo piano.
La luce lasciata accesa
Rientro a casa più tardi del previsto.
La strada è quasi deserta. Nel palazzo, le scale hanno quell’odore quieto delle ore in cui tutti hanno smesso di cucinare, parlare, aprire e chiudere porte.
Cerco le chiavi nella tasca del cappotto.
Le trovo insieme a uno scontrino spiegazzato e a una moneta che non ricordavo di avere.
Entro piano.
La casa dorme.
Eppure, in fondo al corridoio, c’è una luce accesa.
Non quella grande, che illumina ogni cosa. Una lampada piccola, appoggiata sopra un mobile. Quanto basta per vedere dove mettere i piedi, lasciare le chiavi, raggiungere la stanza senza urtare nulla.
Mi fermo a guardarla.
Qualcuno l’ha lasciata accesa per me.
Non so quando abbia deciso di farlo. Prima di coricarsi, passando dal corridoio, avrà allungato una mano verso l’interruttore e poi l’avrà ritirata.
Un gesto minuscolo.
Eppure, in quel momento, la casa mi sembra diversa.
Non perché sia illuminata.
Perché qualcuno ha pensato al mio ritorno mentre io ero ancora lontano.
Ci sono attenzioni che non chiedono di essere viste.
Non aspettano un grazie.
Non hanno nemmeno bisogno che l’altro sappia chi le ha compiute.
Una lampada lasciata accesa.
Una porta socchiusa per non fare rumore.
Il posto libero accanto al letto, anche quando chi lo occupa è già profondamente addormentato.
Piccoli gesti che continuano a prendersi cura di noi quando chi li ha fatti non è più sveglio per accoglierci.
Mi commuove questa possibilità dell’amore: arrivare prima di noi in un luogo e prepararci un ingresso gentile.
Senza sapere esattamente quando torneremo.
Senza poterci vedere entrare.
Con la sola certezza che, a un certo punto, avremo bisogno di trovare la strada.
Una lampada
veglia nel corridoio.
Chi l’ha accesa
sta già sognando.
Io entro,
poso le chiavi,
mi tolgo le scarpe.
Non dico niente.
Ma attraverso
quel piccolo cerchio di luce
come si attraversa
un abbraccio
dato in anticipo.
Ci penso mentre spengo la lampada.
Quante volte qualcuno ha reso più semplice un nostro ritorno senza che ce ne accorgessimo?
Non soltanto a casa.
Anche nei giorni difficili.
Quando eravamo distratti, assorbiti da qualcosa che non riuscivamo a risolvere, incapaci di prestare attenzione a chi ci stava intorno.
Qualcuno ha continuato a rivolgerci un saluto.
A farci trovare un posto.
A parlarci con la consueta dolcezza.
Ha lasciato accesa, a modo suo, una piccola luce.
Non per impedirci di attraversare il buio.
Perché, una volta arrivati dall’altra parte, non dovessimo cercare da soli l’interruttore.
Questa sera vorrei ringraziare tutte le attenzioni che ho riconosciuto in ritardo.
Quelle che ho attraversato senza fermarmi.
Quelle che ho scambiato per abitudini.
E vorrei imparare a compierne qualcuna anch’io, senza aspettare un’occasione speciale.
Lasciare qualcosa di pronto.
Ricordarmi di una preferenza.
Rendere più facile il rientro di chi amo.
Perché non sempre possiamo essere presenti nel momento esatto in cui qualcuno avrà bisogno di noi.
Ma possiamo avergli voluto bene un poco prima.
E lasciare che se ne accorga dopo.
Sussurro
Se una sera tornerai stanco e mi troverai già addormentato, guarda in fondo al corridoio. Avrò lasciato una luce accesa: è il mio modo di venirti incontro anche quando non posso più tenere gli occhi aperti.
Buonanotte. 🌙

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