Abito ciò che mi ha abbandonato
La mia casa non aveva fondamenta.
Aveva ricordi abbastanza pesanti da impedirle di volare.

Ci sono arrivato dopo essere già partito.
Non ricordo la strada, né il giorno, né quale parte di me abbia bussato per prima. So soltanto che la porta era aperta e che, oltre la soglia, ogni stanza conservava il tepore di qualcuno appena scomparso.
Prima venne l’ultima notte.
Poi l’infanzia.
Poi un mattino che non è mai esistito.
Il tempo, qui, non procede: si aggroviglia. Ha corridoi ciechi, scale che salgono verso il medesimo dolore, finestre che non affacciano sul mondo ma dentro ciò che ho taciuto.
Ogni parete conosce un mio nome diverso.
Quello che portavo prima di imparare la paura.
Quello pronunciato da chi mi amava.
Quello che ho sepolto per continuare a vivere.
A volte appoggio l’orecchio al legno e ascolto.
La casa respira.
Lo fa piano, come respirano i morenti quando non vogliono svegliare chi siede accanto al letto. Inspira le mie assenze. Espira voci consumate, sillabe senza bocca, promesse che hanno perduto la strada del ritorno.
Allora esco.
Salgo nel punto più remoto di me e comincio a restituire al cielo ciò che non riesco più a custodire.
Una sfera per ogni addio rimasto incompiuto.
Una per la mano che non ho trattenuto.
Una per la parola arrivata troppo tardi.
Una per tutte le volte in cui ho chiamato destino la mia paura di scegliere.
Non cadono.
Sono io che smetto di trattenerle.
Le guardo allontanarsi seguendo una traiettoria che nessuna geometria saprebbe spiegare. Sembrano pianeti minuscoli espulsi dalla mia orbita, ma conosco la loro materia: sono i giorni diventati pietra mentre fingevo di averli dimenticati.
Tra loro ce n’è una chiara.
Non so quale ricordo contenga.
Potrebbe essere il primo sguardo che mi ha riconosciuto.
Oppure l’ultimo.
Potrebbe essere la parte di me che, nonostante tutto, è rimasta incontaminata dal disincanto.
La lascio andare per ultima.
Ogni distacco produce una crepa, e da ogni crepa entra un poco di luce. Non abbastanza da salvarmi. Abbastanza da mostrarmi che la salvezza non sempre arriva come un’alba.
Talvolta è soltanto una fenditura.
Un cedimento.
Il punto esatto in cui smettiamo di opporre resistenza alla verità.
Ho creduto a lungo che la solitudine fosse non avere nessuno accanto. Qui ho compreso che esiste un abbandono più feroce: essere rimasti dentro di sé così a lungo da non riconoscere più la propria voce quando chiede di uscire.
La casa lo sa.
Per questo non mi protegge.
Mi espone.
Al vento, alla vertigine, all’immensità ostile di tutto ciò che continua anche senza di me. Mi costringe a guardare l’esigua distanza tra resistere e diventare rovina.
Eppure resta in piedi.
Con le sue finestre vuote.
Con il tetto stanco di sostenere il cielo.
Con le stanze invase da un’eco che non appartiene più a nessuno.
Resta come restano certi esseri umani: non perché abbiano ancora una speranza, ma perché qualcuno, da qualche parte, potrebbe aver bisogno di trovare una luce accesa.
Io quella luce non la vedo.
La sento.
È sepolta dietro una parete che non ho ancora avuto il coraggio di abbattere. Pulsa con ostinazione, simile a un cuore dimenticato in una stanza chiusa.
Un giorno entrerò.
O ne uscirò.
Qui le due cose coincidono.
Poi consegnerò al cielo anche l’ultima pietra, quella che porto nel punto più profondo e che ha il peso preciso di tutto ciò che non sono riuscito a perdonarmi.
La vedrò salire.
Diventare piccola.
Diventare lontana.
Diventare finalmente silenzio.
E la casa non crollerà.
Sarò io a comprendere che, per tutta la vita, non l’ho abitata:
è stata lei a impedirmi di precipitare.

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