Traduzioni dell’anima

·

Ho cominciato a scrivere per nascondermi dal mondo.

Ho continuato perché, tra quelle parole,
il mondo ero io.

Le parole prima della voce

Prima di imparare a dire ciò che sentivo, avevo già imparato a scriverlo.

Parlavo, naturalmente. Rispondevo alle domande, pronunciavo i nomi delle cose, partecipavo alla piccola grammatica quotidiana con cui gli esseri umani fingono di conoscersi. Dicevo che avevo fame, che ero stanco, che qualcosa mi piaceva oppure no.

Le parole essenziali uscivano senza difficoltà.

Erano le altre a non trovare la strada.

Quelle che nascevano più in basso, in una regione del corpo che non sapevo ancora localizzare. Non arrivavano alla bocca. Risalivano lentamente, si fermavano nella gola e lì rimanevano, come persone giunte davanti a una porta senza possedere il coraggio di bussare.

Non era timidezza.

La timidezza teme lo sguardo degli altri. Io temevo che ciò che avevo dentro, una volta pronunciato, non mi appartenesse più. Che venisse corretto, ridimensionato, frainteso. Avevo già intuito che un sentimento detto ad alta voce diventa vulnerabile: chi ascolta può accoglierlo, ma può anche attraversarlo senza accorgersi di averlo calpestato.

Così tacevo.

Il mio silenzio, però, non era vuoto. Conteneva frasi intere. Dialoghi mai cominciati, risposte arrivate quando nessuno poneva più la domanda, confessioni rivolte a persone che non avrebbero saputo riconoscersi. Dentro di me esisteva una moltitudine che non possedeva ancora un suono.

La scrittura le offrì un passaggio laterale.

Le parole non dovevano più attraversare la gola. Potevano scendere lungo il braccio, raggiungere il polso e riversarsi sulla pagina. Era un percorso più lungo, ma non incontrava ostacoli. La mano non esitava quanto la voce. Non diventava incerta sotto il peso di uno sguardo. Non si vergognava.

Scriveva.

Mi accorsi che sulla carta riuscivo a essere più preciso. Il dolore non era soltanto dolore: aveva una temperatura, una direzione, perfino un’ombra. La paura non era un’unica creatura rannicchiata nel petto, ma un insieme di presenze differenti. Alcune arrivavano di notte, altre si sedevano accanto a me in pieno giorno. C’erano paure che gridavano e paure educate, capaci di accompagnarmi senza farsi notare.

Nominarle significava distinguerle.

Distinguerle significava non esserne completamente sopraffatto.

Non conoscevo ancora questa logica. Non sapevo che dare un nome a ciò che ci attraversa impedisce alle emozioni di confondersi in un’unica oscurità. Lo facevo istintivamente, come si accende una luce non per illuminare tutta la stanza, ma per assicurarsi che la stanza abbia ancora dei confini.

Ogni parola tracciava un margine.

Qui finiva la paura.

Qui cominciava la tristezza.

Qui, in un punto che non sapevo indicare, restavo io.

I primi segnali del mio amore per la scrittura non furono l’entusiasmo o il desiderio di inventare. Furono il sollievo e l’esattezza. Provavo una forma di pace quando trovavo il termine capace di aderire a ciò che sentivo. Una parola approssimativa lasciava aperta la ferita; quella giusta ne riconosceva almeno la forma.

Potevo restare a lungo davanti a una frase che non mi somigliava.

La spostavo, la riducevo, la ricominciavo. Non cercavo la bellezza. Cercavo la verità, anche se allora non avrei saputo chiamarla così. Volevo che ciò che appariva sulla pagina avesse lo stesso battito di ciò che mi abitava.

Era già scrittura, benché io non lo sapessi.

Era già il tentativo ostinato di avvicinare il linguaggio all’anima, di ridurre la distanza tra ciò che provavo e ciò che riuscivo a consegnare al mondo. Una distanza che non sarebbe mai scomparsa del tutto e che, proprio per questo, avrebbe continuato a farmi scrivere.

Le parole pronunciate mi sembravano definitive. Appena dette, non potevano più essere richiamate indietro. Restavano nell’aria con tutte le loro imperfezioni, esposte alla fretta di chi ascoltava.

Quelle scritte, invece, accettavano di aspettarmi.

Potevo tornarci sopra. Cancellarle senza ferirle. Sostituirle, avvicinarle, lasciare tra loro uno spazio più ampio. La pagina mi concedeva il tempo che la vita spesso rifiuta: il tempo di capire che cosa volessi dire prima di essere costretto a dirlo.

Cominciai così a fidarmi della scrittura più di quanto mi fidassi della voce.

Non perché la scrittura fosse incapace di tradirmi, ma perché mi permetteva di riconoscere il tradimento. Se una frase mentiva, potevo sentirlo. Se una parola esagerava, lo avvertivo nel suo rumore. Se qualcosa mancava, il bianco intorno diventava più evidente.

Scrivere mi insegnava ad ascoltarmi.

La pagina non era più soltanto il luogo nel quale mi rifugiavo. Stava diventando uno specchio imperfetto, uno di quelli che non restituiscono immediatamente il volto, ma attendono che il respiro appanni la superficie per rivelare ciò che vi era nascosto.

Cominciai a intravedermi.

Non in modo completo. Di me comparivano frammenti: un’inquietudine, una tenerezza che proteggevo, una rabbia priva di destinazione, il bisogno di essere compreso senza dovermi spiegare fino a consumarmi. Ogni frase ne portava alla luce uno, poi lo lasciava lì, davanti ai miei occhi.

Ero io, ma non ero ancora capace di riconoscermi interamente.

Anche per questo inventavo.

Prestavo le mie emozioni a figure senza volto, affidavo loro pensieri che non avrei pronunciato, le lasciavo parlare al posto mio. Loro potevano compiere gesti che io trattenevo, ribellarsi, piangere, andarsene. Potevano chiedere amore senza provare vergogna e ammettere la paura senza sentirsi più fragili.

Io le osservavo vivere sulla pagina e, attraverso di loro, imparavo lentamente il suono della mia interiorità.

Ogni personaggio pronunciava una sillaba della mia voce.

Ogni storia portava fuori qualcosa che dentro di me non aveva ancora trovato il coraggio di affacciarsi.

Molti anni dopo avrei compreso che scrivere non consiste soltanto nel cercare parole. Significa preparare un luogo nel quale la verità possa presentarsi senza essere interrogata. A volte arriva intera. Altre volte lascia un indizio, una frase spezzata, un’immagine che continueremo a comprendere per tutta la vita.

Da bambino non cercavo risposte.

Cercavo il modo di farmi una domanda senza averne paura.

La scrittura me lo concesse. Mi permise di avvicinarmi a me stesso senza costringermi a spiegare chi fossi. Mi accolse quando la mia voce era ancora troppo giovane per sostenere il peso di ciò che sentivo.

Fu allora che le parole smisero di essere soltanto nomi assegnati alle cose.

Diventarono il modo in cui le cose nascoste potevano esistere.

Io non avevo ancora imparato a raccontarmi.

Ma una parte di me aveva già cominciato a parlare.

Non dalla bocca.

Dalla mano.

2 risposte a “Traduzioni dell’anima”

  1. Ieri credevo fosse un singolo articolo, ma oggi mi hai sorpreso con il seguito… positivamente ovviamente

    1. Sorprenderti è motivo di grande orgoglio. No sono 15 appuntamenti intimi e spero emozionanti.

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