Il passo che non ho compiuto
Cammino da anni, ma c’è una parte di me che continua a cadere nello stesso punto.

Non la trascino.
È lei che mi trattiene.
Ha il mio profilo, la mia altezza, perfino l’inclinazione con cui attraverso i giorni quando non desidero essere riconosciuto. Eppure non mi somiglia. Io avanzo; lei si accascia. Io raggiungo la luce; lei ne utilizza ogni frammento per diventare più scura.
Siamo nati insieme, ma non abbiamo vissuto la stessa vita.
Io ho imparato a rispondere «va tutto bene» con una voce credibile. Lei è rimasta fedele a tutto ciò che quella frase ha sepolto.
Conserva le notti in cui ho dormito senza riposare.
Le parole inghiottite per non ferire.
Le stanze abbandonate senza voltarmi, mentre dentro di me ogni cosa continuava a chiamarmi per nome.
La mia ombra non dimentica.
Ha la memoria ostinata delle ferite che il tempo ha soltanto reso presentabili.
Ogni volta che sollevo un piede, lei spalanca le braccia. Non so se voglia fermarmi, raggiungermi o impedirmi di diventare qualcuno che non saprebbe più riconoscere.
Così procediamo.
Io sopra il mondo.
Lei dentro.
Tra noi, una distanza sottilissima e incolmabile: lo spazio che separa ciò che mostro da ciò che mi costa mostrarlo.
Mi hanno insegnato che andare avanti significa lasciare indietro. Nessuno mi ha detto che alcune cose non rimangono alle spalle: cambiano consistenza, perdono la voce, si adagiano sotto di noi e continuano a seguirci senza fare rumore.
Diventano sagoma.
Presenza.
Una seconda biografia scritta in una lingua che soltanto la luce sa leggere.
A volte accelero.
Attraverso ore, persone, stagioni. Riempio le giornate affinché non rimanga alcuna fessura attraverso cui possa risalire. Ma lei conosce il passo esatto della mia fuga. Si allunga quando il sole è basso, si raccoglie quando credo di averla vinta, scompare soltanto nel buio.
Ed è proprio allora che la sento di più.
Perché l’oscurità non cancella le ombre.
Le accoglie tutte.
Ci sono giorni in cui vorrei voltarmi e domandarle cosa pretende ancora da me. Quale dolore non ho ascoltato abbastanza. Quale addio reclama un’ultima parola. Quale versione di me ho lasciato distesa a terra mentre continuavo a vivere per necessità.
Ma per guardarla dovrei interrompere il cammino.
E fermarsi, certe volte, richiede più coraggio che partire.
Allora comprendo che non vuole impedirmi di avanzare. Vuole che smetta di chiamare guarigione la distanza che ho messo tra me e ciò che ho sofferto.
Non mi chiede di tornare.
Mi chiede di ricongiungermi.
Di riconoscere che sono anche la parte caduta, quella rimasta senza fiato, quella che non ha trovato parole dignitose per raccontare il proprio dolore. Sono il passo e la sua esitazione. La luce che mi attraversa e il nero che ne certifica l’esistenza.
Continuo a camminare.
Non per fuggire da lei.
Cammino affinché un giorno la distanza si consumi e il mio corpo possa finalmente coincidere con tutto ciò che porta.
Quel giorno non avrò sconfitto la mia ombra.
Le avrò restituito il diritto di appartenermi.
Perché diventare interi non significa liberarsi del buio.
Significa non costringerlo più a seguirci da lontano.

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