Ho cominciato a scrivere per nascondermi dal mondo.
Ho continuato perché, tra quelle parole,
il mondo ero io.
L’età in cui tutto ferisce
L’adolescenza non arrivò in un giorno preciso.
Non bussò, non annunciò il proprio nome, non mi consegnò una data da ricordare. Entrò lentamente, modificando il modo in cui abitavo il corpo, guardavo gli altri, ascoltavo le parole.
Me ne accorsi quando ogni cosa cominciò ad avere un margine più affilato.
Un’osservazione pronunciata con leggerezza riusciva a rimanermi dentro per giorni. Uno sguardo mancato assumeva il peso di un rifiuto. Una frase detta male continuava a ripetersi nella mente anche quando chi l’aveva pronunciata l’aveva già dimenticata.
Il mondo non era diventato più crudele.
Ero io ad aver perduto una parte della pelle.
Le emozioni arrivavano senza più incontrare protezione. Entravano intere, con tutta la loro temperatura. La gioia mi sollevava oltre ciò che riuscivo a contenere; la tristezza scendeva così in profondità da farmi credere che non sarei più risalito. Non esistevano sentimenti moderati. Ogni cosa sembrava definitiva.
Scrivevo spesso parole assolute.
Sempre.
Mai.
Tutto.
Niente.
Non conoscevo ancora la provvisorietà delle emozioni. Non sapevo che anche ciò che appare eterno può cambiare voce nel giro di una notte. Quando soffrivo, credevo che avrei sofferto per sempre. Quando qualcosa mi rendeva felice, temevo immediatamente il momento in cui l’avrei perduta.
La scrittura cominciò a registrare queste oscillazioni.
Non era più soltanto la stanza nella quale rifugiarmi né la porta attraverso cui attraversare mondi differenti. Divenne un sismografo. Rilevava ogni movimento interiore, anche quello che agli occhi degli altri non avrebbe meritato attenzione. Tracciava linee irregolari, improvvise impennate, lunghi cedimenti.
Sulla pagina niente era piccolo.
Questo mi salvava dall’umiliazione di sentirmi eccessivo.
Fuori, ogni emozione sembrava dover essere giustificata. Bisognava possedere una ragione adeguata per stare male, un motivo comprensibile per tacere, una spiegazione ordinata per il disordine che mi attraversava.
La carta non pretendeva proporzioni.
Accettava che un gesto insignificante potesse devastarmi e che una parola gentile riuscisse a ricomporre, almeno per qualche ora, ciò che credevo irrimediabilmente spezzato. Non stabiliva gerarchie tra i dolori. Non mi chiedeva se avessi il diritto di provarli.
Li accoglieva nella misura esatta in cui arrivavano.
Io scrivevo per non doverli ridurre.
Erano gli anni in cui il corpo cominciava a diventare una domanda. Lo riconoscevo e, insieme, lo sentivo estraneo. Cambiava senza consultarmi, attirava sguardi che non sapevo interpretare, mi esponeva al giudizio prima ancora che riuscissi a formulare il mio.
Anche lo specchio aveva mutato linguaggio.
Non restituiva soltanto un’immagine. Sembrava interrogarmi. Mi chiedeva chi stessi diventando, quanto di me appartenesse ancora al bambino che ero stato e quanto, invece, fosse già consegnato a un uomo del quale non conoscevo il volto.
Non sapevo rispondere.
Allora scrivevo.
Riempivo la distanza tra ciò che ero stato e ciò che non ero ancora. Provavo a costruire con le frasi una continuità che il corpo sembrava avere interrotto. Cercavo di riconoscermi non nei lineamenti, ma nei pensieri che riuscivo a trattenere sulla pagina.
La scrittura diventò il luogo in cui potevo cambiare senza scomparire.
Conservava le versioni precedenti di me. Il bambino impaurito, quello che inventava porte, quello che affidava ai personaggi ciò che non sapeva dire: nessuno veniva cancellato. Restavano tutti tra le righe, mentre una nuova voce cominciava a cercare spazio.
Era una voce più inquieta.
Domandava di essere vista e, nello stesso momento, desiderava nascondersi. Voleva appartenere a qualcuno senza perdere la propria solitudine. Cercava approvazione e ne diffidava. Aveva bisogno degli altri, ma temeva il potere che il loro giudizio esercitava su di lei.
Quell’età mi abitava attraverso contraddizioni continue.
Desideravo essere compreso, ma non volevo spiegarmi.
Avrei voluto che qualcuno si accorgesse del mio silenzio, ma temevo le domande.
Cercavo uno sguardo capace di raggiungermi e, quando accadeva, distoglievo il mio.
La scrittura non risolveva queste opposizioni.
Le lasciava convivere.
Fu una scoperta decisiva. Compresi che non ero obbligato a scegliere immediatamente quale parte di me fosse autentica. Potevo desiderare e temere la stessa cosa. Amare qualcuno e, nello stesso istante, proteggermi dalla possibilità che quell’amore mi ferisse. Sentirmi forte al mattino e vulnerabile poche ore dopo.
Non ero incoerente.
Stavo crescendo in più direzioni contemporaneamente.
Le pagine di quel periodo non erano ordinate. Le frasi correvano, inciampavano, si caricavano di immagini troppo grandi. Cercavano la profondità con la veemenza di chi non ha ancora imparato a raggiungerla lentamente.
C’era enfasi. C’era fame. C’era una bellezza imperfetta, ancora incapace di dosarsi.
Oggi non la correggerei.
Dentro quelle parole smisurate riconosco l’urgenza di un ragazzo che non scriveva per essere elegante, ma per restare intero. Ogni esagerazione custodiva una verità: ciò che provavo non poteva essere ridotto senza essere tradito.
Scrivere mi permetteva di prendere sul serio la mia intensità.
Il mondo degli adulti guardava spesso l’adolescenza come una stagione da attraversare in fretta, un tumulto destinato a ridimensionarsi. Io, invece, la vivevo dall’interno. Non sapevo che sarebbe passata. Conoscevo soltanto la sua vastità.
Ogni giorno sembrava contenere una nascita e una perdita.
Cominciavo a scoprire l’attrazione, l’attesa, la vergogna di desiderare. Bastava una presenza per alterare la geografia di una stanza. Bastava una voce perché tutte le altre diventassero rumore. Un incontro poteva continuare a esistere per giorni nella mente, ripetuto e modificato fino a diventare una storia diversa da quella realmente accaduta.
Anche l’amore arrivò prima come scrittura.
Non sapevo ancora viverlo, ma tentavo di immaginarne la lingua. Lo affidavo a personaggi più coraggiosi, a frasi che nella realtà non avrei pronunciato, a gesti capaci di raggiungere sempre il momento esatto.
Scrivendo imparavo il desiderio prima ancora di comprenderlo.
E insieme al desiderio conobbi la paura di non essere scelto, di non essere abbastanza, di restare ai margini dello sguardo che cercavo. Ferite minuscole, viste da lontano. Immense, mentre le attraversavo.
Ogni volta tornavo alla pagina.
Non per dimenticare.
Per misurare la profondità.
La scrittura tracciava il perimetro di ciò che sentivo e mi mostrava che anche l’abisso possiede dei bordi. Potevo scendere, toccare il punto più buio e poi seguire una frase fino alla superficie.
Fu allora che cominciai a comprendere che la sensibilità non era soltanto il luogo in cui venivo ferito.
Era anche lo strumento con cui riuscivo a vedere.
Percepivo le esitazioni, le assenze, ciò che una persona nascondeva dietro una parola troppo sicura. Riconoscevo la tristezza nei gesti minimi, l’affetto nelle attenzioni che non chiedevano di essere notate, la distanza nel modo in cui qualcuno restava vicino.
Tutto mi raggiungeva.
Tutto lasciava un segno.
E io, non sapendo ancora come proteggermi, imparai a trasformare quei segni in parole.
L’adolescenza mi feriva in ogni punto.
La scrittura cominciava a mostrarmi che quei punti, uniti, non disegnavano soltanto le mie ferite.
Disegnavano me.

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