Traduzioni dell’anima

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Ho cominciato a scrivere per nascondermi dal mondo.

Ho continuato perché, tra quelle parole,
il mondo ero io.

Una mappa sotto la pelle

Cominciai a unire i punti.

All’inizio erano soltanto tracce disseminate nei quaderni: parole ricorrenti, immagini che tornavano, personaggi diversi abitati dalla stessa inquietudine. Scrivevo una storia nuova e, qualche pagina dopo, riconoscevo un paesaggio già attraversato.

Cambiavano i nomi.

Cambiavano le circostanze.

La ferita, invece, conosceva la strada.

Tornava sotto altre forme, sceglieva volti differenti, modificava il tono della propria voce. Io credevo di inventare e, intanto, ripetevo. Non perché mi mancassero storie, ma perché alcune parti di me non avevano ancora terminato di raccontarsi.

La scrittura cominciò a mostrarmi le ricorrenze.

Rileggevo ciò che avevo scritto e scoprivo che certi personaggi temevano sempre di essere dimenticati. Altri restavano accanto a qualcuno anche quando avrebbero dovuto andarsene. Alcuni cercavano amore con la stessa ostinazione con cui si cerca una casa; altri lo respingevano appena diventava troppo vicino.

Li avevo creati io.

Eppure, quando li osservavo muoversi, avevo la sensazione che conoscessero di me qualcosa che ancora ignoravo.

Le storie stavano disegnando una mappa.

Non una di quelle che indicano la strada più breve o promettono un arrivo. Era una cartografia instabile, tracciata sotto la pelle. Le coordinate cambiavano insieme a me. I confini si spostavano, alcune regioni emergevano soltanto quando venivano ferite, altre restavano sommerse per anni.

Non potevo consultarla dall’esterno.

Dovevo scrivere per vederla.

Ogni pagina illuminava una porzione di territorio. Una paura diventava riconoscibile. Un desiderio smetteva di confondersi con la vergogna. Una rabbia, osservata abbastanza a lungo, rivelava il dolore che la alimentava.

Cominciai a capire che le emozioni non sono mai sole.

Arrivano accompagnate, si sovrappongono, indossano il volto l’una dell’altra. La tristezza può sembrare stanchezza. La paura può parlare con la voce dell’indifferenza. Il bisogno di essere amati può assumere la postura orgogliosa di chi sostiene di non aver bisogno di nessuno.

Anch’io mi nascondevo dietro emozioni più facili da mostrare.

Scrivendo, però, le maschere perdevano aderenza.

La pagina non si fermava a ciò che dichiaravo. Conservava le esitazioni, le contraddizioni, il modo in cui una frase cambiava direzione proprio quando si avvicinava a qualcosa di autentico. Potevo scrivere di non avere paura, ma il personaggio al quale affidavo la mia forza finiva sempre per controllare che la porta fosse chiusa.

La verità trovava comunque un dettaglio attraverso cui tradirmi.

Non era un tradimento crudele.

Era una forma di fedeltà.

La scrittura restava fedele a ciò che sentivo anche quando io tentavo di modificarlo. Mi permetteva di mentire nella trama, ma non nella temperatura. Potevo cambiare gli avvenimenti, spostare una scena, concedere a un personaggio un coraggio che non possedevo. Eppure, sotto ogni invenzione, il battito rimaneva il mio.

Fu allora che iniziai a leggermi oltre le parole.

Non cercavo più soltanto ciò che avevo scritto. Osservavo ciò che avevo evitato. Le persone assenti, i dialoghi interrotti, i finali lasciati aperti. Anche il vuoto occupava una posizione precisa sulla mappa.

Le omissioni indicavano i luoghi nei quali non ero ancora pronto a entrare.

Le ripetizioni segnalavano quelli dai quali non ero mai uscito.

Questa conoscenza non arrivò in modo improvviso. Non ci fu un giorno in cui compresi me stesso e smisi di essere un enigma. Accadde lentamente, attraverso piccoli riconoscimenti. Una frase riletta dopo mesi. Un’immagine che continuava a inseguirmi. La scoperta che, pur raccontando vite differenti, tornavo sempre alle stesse domande.

Che cosa rimane di noi quando qualcuno se ne va?

Quanto possiamo amare senza scomparire?

Dove termina la protezione e comincia la prigionia?

Perché alcune persone riescono a raggiungerci proprio nel punto che difendiamo di più?

Non possedevo le risposte.

Cominciavo, però, a conoscere le domande che mi appartenevano.

Questo cambiò il mio modo di scrivere.

Fino ad allora avevo usato le parole per alleggerire ciò che sentivo. Ora potevo usarle per avvicinarmi. Non cercavo più soltanto una distanza dal dolore; cominciavo a domandarmi da dove provenisse, quale percorso avesse compiuto, perché alcune esperienze trovassero dentro di me una risonanza più profonda di altre.

La scrittura diventava conoscenza.

Non una conoscenza ordinata, capace di definire e concludere. Era un sapere corporeo, fatto di reazioni, silenzi, improvvise accelerazioni del cuore. Comprendevo qualcosa di me prima con la pelle, poi con le parole.

Il corpo sapeva.

Sapeva quali presenze mi rendevano inquieto, quali assenze continuavano a occupare spazio, quali frasi mi ferivano perché raggiungevano un punto già lesionato. Conservava ciò che la memoria tentava di attenuare.

Scrivere significava ascoltarne la memoria.

Ogni emozione lasciava un segno invisibile. Non una cicatrice immobile, ma una linea. Le linee si incrociavano, si allontanavano, tornavano a incontrarsi. Disegnavano sentieri che avevo percorso senza rendermene conto.

Cominciai a riconoscere il modo in cui mi perdevo.

Mi perdevo quando consegnavo agli altri la misura del mio valore. Quando trasformavo uno sguardo mancato in una sentenza. Quando confondevo l’essere necessario con l’essere amato. Quando restavo troppo a lungo dentro ciò che mi feriva, convinto che resistere fosse sempre una forma di forza.

Ma cominciai anche a riconoscere la strada del ritorno.

Tornavo attraverso il silenzio scelto, non quello imposto.

Attraverso la solitudine che proteggeva senza isolare.

Attraverso una frase capace di restituirmi il nome che avevo dimenticato.

La scrittura non impediva che mi smarrissi. Lasciava, però, dei segni lungo il percorso. Piccoli riferimenti interiori ai quali potevo affidarmi quando tutto diventava indistinto.

Una parola.

Un’immagine.

Il ricordo di una pagina nella quale ero già riuscito a sopravvivere a qualcosa che, mentre accadeva, mi era sembrato insuperabile.

Rileggermi significava incontrare le mie versioni precedenti e accorgermi che nessuna era scomparsa. Erano rimaste sotto la superficie, come antiche città costruite una sopra l’altra. Il bambino, il ragazzo, la voce che ancora esitava: ognuno aveva lasciato fondamenta sulle quali continuavo a edificarmi.

Non ero una linea retta.

Ero una stratificazione.

Dentro di me convivevano età differenti. Alcune ferite continuavano ad avere la voce del bambino; certi desideri possedevano l’impazienza dell’adolescente. L’uomo che sarei diventato avrebbe dovuto imparare a riconoscerli senza permettere loro di scegliere ogni direzione.

La mappa serviva a questo.

Non a cancellare i luoghi pericolosi, ma a sapere dove si trovavano.

Non a evitare ogni caduta, ma a distinguere un precipizio da una semplice ombra.

Non a indicarmi chi dovessi essere, ma a mostrarmi da quali parti ero composto.

Più scrivevo, più comprendevo che conoscersi non significa raggiungere una definizione definitiva. Significa imparare la propria geografia, riconoscere i climi interiori, sapere quali tempeste arrivano senza preavviso e quali, invece, annunciano da tempo la loro presenza.

Io non avevo ancora imparato a orientarmi.

Ma non vagavo più completamente al buio.

Sotto la pelle, frase dopo frase, una mappa aveva cominciato ad apparire.

Non indicava una meta.

Indicava me.

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Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

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