Traduzioni dell’anima

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Ho cominciato a scrivere per nascondermi dal mondo.

Ho continuato perché, tra quelle parole,
il mondo ero io.

Scrivo e scopro chi sono

Oggi, quando mi siedo davanti a una pagina, non so ancora chi si presenterà.

Conosco l’uomo che porta il mio nome, la vita che ha attraversato, le persone che ama. Conosco le scelte compiute, le perdite che ne hanno modificato il passo, le responsabilità che ogni mattina lo attendono.

Eppure non conosco interamente colui che scriverà.

Arriva dopo.

Compare mentre le parole prendono forma, nel punto in cui una frase devia dalla direzione che avevo immaginato e raggiunge qualcosa che non sapevo di stare cercando. A volte si rivela in un’immagine. Altre in una domanda che credevo appartenesse a un personaggio e che, rileggendo, riconosco come mia.

La scrittura continua a precedermi.

È sempre stata più veloce della mia consapevolezza. Da bambino conosceva il dolore prima che io sapessi nominarlo. Nell’adolescenza tracciava una mappa mentre io credevo di essere soltanto confuso. Da adulto ha custodito ciò che il tempo tentava di allontanare.

Oggi continua a mostrarmi il luogo verso cui sto andando.

A cinquant’anni si dovrebbe possedere una definizione più stabile di sé. Lo suggeriscono gli anni, le esperienze, la somma delle decisioni prese. Dovrei potermi raccontare con poche frasi sicure, conoscere i miei confini, sapere quali parti di me siano ormai definitive.

Non accade.

Ogni certezza conserva una fessura.

Ogni volta che penso di essermi compreso, una pagina apre una regione ulteriore. Non cancella ciò che so, ma lo costringe ad ampliarsi. Mi mostra che posso essere fedele a me stesso senza restare identico, che cambiare non significa tradire l’uomo che ero.

Significa continuarlo.

Per questo scrivo in forme diverse.

Un romanzo mi conduce dentro vite che richiedono anni per compiersi. Una poesia riduce il mondo a poche parole e mi obbliga a scegliere quelle senza le quali il silenzio sarebbe incompleto. Una rubrica nasce da un’idea, poi diventa un appuntamento con una parte di me che non sapevo avesse ancora tanto da dire.

Ogni forma apre una stanza.

In una posso sostare a lungo.

In un’altra devo attraversare tutto in pochi passi.

Ci sono testi che chiedono una costruzione paziente e altri che arrivano interi, con l’urgenza delle cose che hanno atteso troppo. Non li vivo come frammenti separati. Sono modi differenti con cui la stessa interiorità cerca la propria lingua.

Non scrivo molte cose perché non sappia scegliere.

Scrivo molte cose perché dentro di me esistono più voci di quante una sola forma possa contenere.

Una vuole raccontare.

Una vuole interrogare.

Una cerca la precisione di una frase breve, un’altra ha bisogno di pagine per avvicinarsi al centro. Alcune parlano di notte, quando la casa tace e ogni rumore acquista profondità. Altre arrivano durante il giorno, nel mezzo di ciò che sto facendo, e mi consegnano soltanto una parola perché io non dimentichi la strada.

Ho smesso di chiedere quale sia la mia voce autentica.

Lo sono tutte, quando non mentono.

L’autenticità non consiste nel ripetere sempre lo stesso suono. Consiste nel riconoscere la sorgente anche quando l’acqua cambia percorso. Posso scrivere con tenerezza o con durezza, raccontare una perdita oppure un gesto lieve. Se la frase nasce da una percezione vera, porta comunque la mia impronta.

Questa libertà è arrivata lentamente.

Per anni ho creduto di dover scegliere una forma riconoscibile e restarle fedele. Temevo che cambiare tono significasse disperdermi, che esplorare territori differenti rendesse meno nitida la mia identità.

Ora so che l’identità non è una recinzione.

È un centro capace di muoversi.

Le mie rubriche, i romanzi, le poesie, i frammenti non si allontanano da me in direzioni opposte. Girano attorno alle stesse domande, ciascuno da un punto diverso.

Che cosa resta di noi dentro chi abbiamo amato?

Quanto dolore può contenere un essere umano senza smettere di riconoscere la bellezza?

In quale punto il silenzio protegge e in quale comincia a cancellare?

Come si rimane senza trasformare la fedeltà in una prigione?

Scrivo da anni attorno a queste domande.

Non perché non abbia trovato risposte.

Perché ogni risposta cambia quando cambia l’uomo che la pronuncia.

Ciò che pensavo dell’amore da ragazzo non è falso; appartiene a un’età nella quale amare significava soprattutto desiderare di essere raggiunto. L’uomo di oggi conosce anche la durata, la cura, la scelta ripetuta quando nessuna emozione spettacolare viene a sostenerla.

Entrambe le verità mi appartengono.

La scrittura non mi costringe a eliminarne una. Le conserva e permette loro di parlarsi. Mette il ragazzo di fronte all’uomo, il padre accanto al figlio che è stato, chi ha imparato a restare vicino a chi, un tempo, cercava una porta per andare altrove.

Io sono il dialogo tra queste presenze.

Non una conclusione.

Scrivere mi impedisce di diventare una versione definitiva di me stesso. Ogni testo incrina l’immagine che avevo costruito e lascia entrare una luce differente. A volte ciò che vedo non mi piace. Scopro un orgoglio che avevo chiamato dignità, una paura nascosta dietro la prudenza, un bisogno di approvazione mascherato da desiderio di condivisione.

La pagina non mi accusa.

Mostra.

Sta a me decidere se voltarmi o restare abbastanza a lungo da riconoscere ciò che è emerso. Questa è la parte più difficile della scrittura: non trovare parole belle, ma permettere loro di raggiungere anche le zone di noi che preferiremmo lasciare senza nome.

Non sempre ci riesco.

Esistono verità alle quali mi avvicino e poi arretra qualcosa dentro di me. Le sento presenti sotto una frase, ma non sono ancora capace di sostenerne lo sguardo. Un tempo avrei considerato questa esitazione una debolezza.

Oggi la rispetto.

Conoscersi non è una violazione.

Non devo irrompere in ogni stanza interiore. Posso aspettare che una parte di me sia pronta ad aprire. La scrittura non forza quella soglia; vi lascia accanto una luce.

Quando sarà il momento, saprò ritrovarla.

Anche per questo continuo a scrivere di notte. Non soltanto perché esiste più silenzio, ma perché la notte riduce le distanze. Le difese costruite durante il giorno si fanno meno rigide. Le parole possono avvicinarsi senza essere immediatamente interrogate.

Nel buio non devo dimostrare nulla.

Non sono il ruolo che svolgo, la responsabilità che porto, l’immagine che gli altri hanno imparato a riconoscere. Sono un uomo davanti a una pagina, ancora disposto a non sapere.

Questa ignoranza non mi spaventa più.

Mi tiene vivo.

Se conoscessi già tutto ciò che posso scrivere, la scrittura diventerebbe soltanto esecuzione. Invece ogni testo conserva una possibilità di sorpresa. Posso iniziare pensando di raccontare un ricordo e scoprire che sto salutando una versione di me. Posso creare un personaggio e accorgermi che gli ho affidato una domanda che non avevo mai pronunciato.

Scrivere è il luogo in cui la mia intenzione incontra ciò che mi oltrepassa.

Non so attribuire un nome preciso a quella sorgente. È memoria, immaginazione, coscienza, desiderio. È tutto ciò che ho vissuto e anche ciò che non ho ancora compreso di avere vissuto.

Le parole lo portano alla superficie.

Io lo riconosco dopo.

Oggi non scrivo per trovare una definizione che mi contenga una volta per tutte. Una definizione sarebbe troppo stretta e finirebbe per somigliare alle pareti dalle quali, da bambino, cercavo di uscire.

Scrivo per continuare a muovermi dentro di me.

Per osservare ciò che cambia senza perderne la traccia.

Per lasciare che ogni età aggiunga una lingua alle precedenti.

Non sono soltanto l’uomo che ha scritto tutti quei testi.

Sono anche l’uomo che quei testi hanno scritto.

Ogni pagina mi ha tolto qualcosa: una certezza inutile, una difesa, un modo troppo semplice di guardare. E mi ha restituito una consapevolezza che prima non possedevo.

Non sempre la riconosco subito.

Rimane tra le righe, lavora nel silenzio, attende che la vita mi conduca nel punto in cui potrò comprenderla.

Poi, un giorno, rileggo.

E incontro qualcuno che porta il mio nome, conosce i miei ricordi, ha attraversato le mie stesse notti.

Eppure sa di me qualcosa che io sto ancora imparando.

Allora ricomincio.

Non per ripetermi.

Per raggiungerlo.

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Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

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