Day 14

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La segreta liturgia delle acque

Seoul, sulle rive dell’Han.

L’Han non scorre.

Trasfigura.

Ha una mansuetudine antichissima, una lentezza che somiglia al modo in cui certe anime sopravvivono alla propria malinconia.

Sono qui, sul suo margine, dove la terra rinuncia alla propria fermezza e l’acqua comincia il suo interminabile colloquio con l’ignoto.

Seoul, alle mie spalle, è un firmamento capovolto. Una costellazione terrestre di esistenze, di promesse inadempiute, di felicità clandestine.

Davanti a me, invece, ogni cosa si spoglia del superfluo.

Persino il pensiero.

Osservo la superficie del fiume e mi accorgo che la sua bellezza non appartiene a ciò che riflette, ma a ciò che custodisce senza mai rivelarlo.

Quante confessioni avrà accolto quest’acqua?

Quanti addii pronunciati sottovoce, quante mani disgiunte, quanti amanti avranno affidato alla sua corrente l’ultima sillaba di un nome?

E quanti, proprio qui, avranno scoperto che la felicità non possiede alcuna forma definitiva?

C’è una tenerezza struggente nelle cose che continuano a esistere dopo averci veduti piangere.

Il fiume ne è testimone.

Non consola. Non giudica. Non trattiene.

Accoglie.

E io, che ho trascorso tanta vita a cercare parole capaci di contenere l’incontenibile, oggi avverto l’insufficienza meravigliosa del linguaggio.

Vorrei inventare un vocabolo che significasse contemporaneamente gratitudine e struggimento.

Una parola per quella dolce lacerazione che si prova quando si è felici e già si avverte la futura nostalgia di quell’istante.

Una parola che nessun dizionario abbia ancora avuto il coraggio di ospitare.

La chiamerei restanza.

Ciò che permane dentro di noi quando tutto il resto ha ripreso a scorrere.

Perché questo luogo, un giorno, non sarà più davanti ai miei occhi.

Diventerà una geografia interiore.

Un lembo di Corea custodito in una piega remota della coscienza, dove le distanze non possiedono più alcuna autorità.

E quando tornerò alla mia quotidianità, quando il frastuono delle consuetudini tenterà di persuadermi che nulla sia accaduto, saprò che una parte di me è rimasta qui.

Non come una perdita.

Come una seconda nascita.

Il vento mi sfiora il volto.

Sulla riva opposta, la città continua la propria esistenza, ignara di questa minuscola epifania.

Mi commuove pensare che il mondo possa essere così smisurato e, nello stesso momento, trovare interamente dimora nel petto di un uomo.

Non siamo piccoli perché la vita è immensa. Siamo immensi perché riusciamo a sentirla.

Adesso comprendo.

Non sono venuto fin qui per incontrare un paese lontano.

Sono venuto a conoscere quella parte di me che aveva bisogno di una distanza sconfinata per riconoscere ciò che gli era sempre stato vicino.

E l’Han, con la sua taciturna magnificenza, continua a lambire le sponde.

Senza sapere di avermi insegnato qualcosa.

Che la vera meraviglia non consiste nell’attraversare il mondo, ma nell’accorgersi, un giorno, che il mondo ci ha attraversati. E che da quel momento nessun ritorno potrà ricondurci esattamente alla persona che eravamo.

Perché ci sono luoghi dai quali si riparte. E luoghi dai quali, pur andando via, non si finisce mai di nascere.

Una risposta a “Day 14”

  1. Splendido testo più che mai poetico e consapevole…

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