Il volto che non vi devo
Mi copro il viso per impedire al mondo di terminarmi.

Ogni sguardo ricevuto ha depositato qualcosa.
Un’attesa.
Un giudizio.
Una sembianza che non avevo scelto.
A forza di essere osservato, sono diventato l’interpretazione degli altri: l’uomo affidabile, quello irrisolto, il forte, l’assente, colui che avrebbe dovuto resistere meglio.
Tutti possedevano una mia fisionomia.
Io no.
Così ho sollevato le mani.
Non per vergogna.
La vergogna cerca un angolo, si rannicchia, domanda indulgenza. Questo gesto, invece, ha la solennità di un’interdizione. Le dita combaciano come imposte serrate davanti a una stanza in cui nessuno è autorizzato a entrare.
Dietro, il volto continua.
Senza testimoni.
Gli occhi sottratti all’obbligo di spiegare.
La bocca finalmente esonerata dal rassicurare.
Le rughe libere di appartenere agli anni e non alle domande.
Resto così, nella mia momentanea illeggibilità.
Scopro che essere riconosciuti non coincide sempre con l’essere compresi. Talvolta chi ci ama impara soltanto la nostra calligrafia esteriore: decifra i gesti, prevede le risposte, sa dove trovarci.
Eppure non sa dove siamo.
Io stesso ho abitato per anni la mia vita come un inquilino deferente. Ho riordinato le stanze, pagato puntualmente il dolore, evitato di fare rumore. Non mi sono mai domandato chi fosse il proprietario.
Adesso le mani premono sulle guance.
Sono ruvide, venate, imperfette.
Portano i segni di tutto ciò che hanno sorretto mentre il volto fingeva di non avere peso. Conoscono di me più di qualunque specchio: hanno raccolto lacrime prima che cadessero, trattenuto parole sul margine della bocca, accarezzato persone che non avrebbero saputo restare.
Pensavo servissero a fare.
Comprendo che servono anche a impedire.
Impedire agli altri di nominarci troppo presto.
Impedire al passato di reclamarci interamente.
Impedire alla nostra immagine di diventare una sentenza.
Non mi sto cancellando.
Sto revocando ogni definizione pronunciata senza il mio consenso.
Quando abbasserò le mani, il mio volto non sarà tornato.
Sarà apparso per la prima volta.
E allora l’ordine delle cose cambierà: non esisterò perché qualcuno mi vede.
Qualcuno potrà vedermi soltanto dopo che avrò deciso di esistere.

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