Silenzio fotografico

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Quello che il tempo non ha saputo portarci via

C’erano giorni in cui la felicità non possedeva una dimora.

Abitava gli interstizi delle cose, le tasche sdrucite, il selciato ancora tiepido di pioggia. Aveva il sapore delle corse senza destinazione e quella disadorna magnificenza che appartiene soltanto a ciò che non sa di essere prezioso.

Tre bambini. Un ombrello malconcio. Un mondo intero che ancora non conosceva il loro nome.

Eppure, in quell’esiguo riparo, c’era qualcosa di immensamente più vasto del cielo.

C’era l’inconsapevolezza di essere felici.

Mi domando quando abbiamo cominciato a pretendere dalla vita ciò che, un tempo, sapevamo inventare con niente.

Quando abbiamo sostituito l’incanto con la convenienza, la meraviglia con la previdenza, la semplicità con quell’affannosa liturgia dell’avere che ci lascia, sovente, più indigenti di prima.

Guardo quei volti e avverto una specie di dolcissima vertigine.

Non è nostalgia. La nostalgia desidera restituirci ciò che è trascorso. Questa è un’altra cosa. È il riconoscimento tardivo di una ricchezza che abbiamo posseduto senza conoscerne il valore.

Allora bastava stringersi.

Un braccio attorno alle spalle, una risata che ne chiamava un’altra, il privilegio minuscolo di essere in tre sotto qualcosa che avrebbe protetto a malapena uno.

Nessuno misurava la porzione di asciutto che gli spettava.

Nessuno domandava quanto sarebbe durata quella vicinanza.

Si appartenevano senza possedersi.

Ed è questa, credo, una delle forme più rare della tenerezza umana.

Poi la vita ci ha insegnato a distinguere il nostro dal loro, il mio dal tuo, il necessario dal superfluo. Ci ha consegnato serrature, calendari, previdenze. Abbiamo imparato a costruire ripari sempre più solidi e, dentro quelle architetture impeccabili, abbiamo smarrito l’antica confidenza dello stare vicini.

Ci siamo fatti adulti.

Una parola solenne, quasi una promozione.

E tuttavia, quante volte diventare grandi ha significato soltanto imparare a vergognarci della nostra vulnerabilità?

Quei tre bambini non hanno ancora questa vergogna.

La loro gioia è scomposta, irriverente, prodigiosamente imperfetta. Non chiede il permesso di manifestarsi. Non si corregge davanti all’obiettivo. Non cerca una postura degna di essere ricordata.

Accade.

Come accadono le cose autentiche quando nessuno ha ancora insegnato loro a recitare.

E sullo sfondo, quasi un presagio, un autobus attende o riparte.

Mi piace pensare che sia il tempo.

Che attraversi la fotografia con la sua indifferenza metodica, portando altrove gli anni, le stagioni, le voci. Che un giorno conduca quei bambini verso città differenti, amori sconosciuti, disillusioni, nascite, lutti, mattine nelle quali alzarsi richiederà un coraggio che oggi non possono immaginare.

Uno di loro, magari, dimenticherà il nome degli altri due.

Un altro conserverà una fotografia dentro un cassetto, tra documenti ormai inutili e lettere mai consegnate.

Il terzo, diventato vecchio, sentirà una risata per strada e si fermerà senza comprenderne il motivo.

Avvertirà soltanto una commozione improvvisa, una piccola incrinatura nel petto.

Come se qualcuno, da una lontananza inaccessibile, lo avesse chiamato per nome.

E non saprà che, per un istante, la sua infanzia gli sarà passata accanto senza riconoscerlo.

È questo che mi trafigge.

Non la brevità della giovinezza, non l’inesorabile consunzione dei giorni.

Ma il fatto che esistano istanti nei quali siamo stati interamente vivi e dei quali non possediamo più alcuna memoria.

Risate disperse. Mani cercate spontaneamente. Volti che abbiamo amato prima ancora di conoscere il significato dell’amore.

Piccole eternità senza testimoni.

E allora torno a guardare quell’ombrello.

È logoro. La stoffa ha ceduto, le stecche sembrano stanche, la sua protezione è poco più di una promessa.

Eppure nessuno dei tre pensa di abbandonarlo.

Lo tengono alto, insieme.

Come si dovrebbe fare con le cose fragili.

Come avremmo dovuto fare, più spesso, gli uni con gli altri.

Perché la vita, nella sua smisurata complessità, ci pone davanti a un paradosso di struggente semplicità: trascorriamo gli anni migliori cercando qualcosa che ci metta al riparo dal mondo, mentre i ricordi più luminosi appartengono quasi sempre alle volte in cui abbiamo avuto qualcuno con cui attraversarlo.

Anche sotto la pioggia.

Anche senza una destinazione.

Anche con un ombrello rotto.

E se potessi entrare in questa fotografia, non chiederei ai bambini di voltarsi. Non direi loro di custodire quell’istante. Sarebbe una crudeltà consegnare alla loro innocenza la consapevolezza della perdita.

Mi fermerei poco distante.

Li lascerei ridere.

E, mentre l’autobus si allontana, cercherei soltanto di imparare ancora una volta quella loro dimenticata sapienza.

Che non occorre salvare ogni cosa dalla pioggia.

A volte basta non lasciare nessuno sotto il cielo da solo.

Una risposta a “Silenzio fotografico”

  1. Bellissimo questo silenzio fotografico

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