Sono quel punto bianco.

Non una stella. Le stelle hanno costellazioni alle quali appartenere, distanze da condividere, un firmamento che ne giustifica l’esistenza.
Io sono un punto.
Una minuscola disobbedienza nell’immensità del nero.
E il nero è la vita.
Non quella che raccontiamo quando qualcuno ci domanda come stiamo. Non quella che impariamo a rendere presentabile, addomesticando le sciagure con parole educate, nascondendo le fratture sotto la compostezza di un sorriso.
Parlo della vita che conosco io.
Quella che mi ha attraversato senza chiedere permesso, che ha aperto voragini dove avevo costruito dimore, che mi ha insegnato troppo presto quanto possa essere feroce la grammatica di un addio.
Ho conosciuto il rumore delle cose che finiscono senza aver pronunciato la loro ultima parola.
Ho visto il futuro diventare improvvisamente un verbo senza soggetto.
Ho imparato che esistono dolori talmente vasti da non trovare posto nemmeno nella disperazione. Rimangono altrove, in una regione muta dell’essere, dove non si piange più perché persino le lacrime sembrano un’espressione insufficiente.
E sono ancora qui.
Questa è la parte che non riesco a spiegare.
Sono ancora qui, nonostante abbia dovuto sopravvivere anche a ciò che di me non è sopravvissuto.
Ci sono stati giorni nei quali mi sono sentito un superstite della mia stessa esistenza.
Mi alzavo, parlavo, lavoravo, rispondevo. Compivo tutti quei gesti che permettono agli altri di riconoscere una persona viva.
Ma dentro di me si consumava un’eclissi che nessun calendario avrebbe saputo registrare.
Non era tristezza.
La tristezza possiede ancora un linguaggio.
Era una specie di esilio ontologico. La sensazione di essere rimasto in un luogo dal quale tutto ciò che mi aveva definito aveva già preso congedo.
Mi guardavo vivere da una distanza incolmabile.
E continuavo.
Non per eroismo. Non per una particolare virtù. Non perché avessi scoperto qualche segreto capace di rendere sopportabile l’insopportabile.
Continuavo perché il giorno arrivava comunque.
Con la sua luce indiscreta, le sue incombenze, le domande alle quali bisognava rispondere, mentre quelle davvero importanti rimanevano senza interlocutore.
Perché proprio loro?
Perché così presto?
Perché a volte la vita ci lascia il compito di ricordare persone con le quali avremmo voluto continuare a costruire ricordi?
Non ho trovato risposte.
Ho trovato anni.
E gli anni non guariscono necessariamente. Talvolta insegnano soltanto a portare con maggiore destrezza ciò che continua a pesare esattamente come prima.
Ho conosciuto la sottrazione.
Quella definitiva, che non ammette negoziazioni. Quella che trasforma un nome in una vertigine, una fotografia in una ferita, una ricorrenza in un appuntamento con l’irreparabile.
Ho scoperto che il mondo può continuare a essere bellissimo anche nel giorno in cui il nostro diventa irriconoscibile.
Ed è una delle sue crudeltà più difficili da perdonare.
Fuori, qualcuno ride.
Un bambino corre.
Un negozio apre.
Il sole compie il proprio tragitto con un’indifferenza quasi offensiva.
E tu vorresti fermare ogni cosa.
Vorresti gridare che è accaduto qualcosa di immenso, che una persona non c’è più, che l’universo dovrebbe almeno avere la decenza di interrompersi per un istante.
Invece nulla si arresta.
Il mondo non conosce il peso delle persone che abbiamo perduto. Lo conosciamo soltanto noi.
E dobbiamo continuare a sostenerlo.
Allora guardo questa immagine.
Il nero occupa quasi tutto.
Non offre appigli, non possiede un orizzonte, non lascia intuire alcuna uscita.
È smisurato, compatto, assoluto.
Come certi periodi della mia vita.
Eppure, al suo interno, esiste una minuscola anomalia.
Io.
Un punto bianco.
Non abbastanza grande da illuminare ciò che lo circonda. Non abbastanza potente da modificarne la natura. Non abbastanza importante da pretendere che l’oscurità si ritiri.
Ma presente.
Terribilmente, ostinatamente presente.
E comincio a comprendere qualcosa che mi commuove più di qualsiasi consolazione.
Il nero può occupare tutto lo spazio disponibile. Ma non può occupare quello che sono.
Può circondarmi.
Può rendere difficile distinguere la direzione.
Può privarmi delle certezze, consumare le mie energie, costringermi a ricominciare quando non desideravo altro che riposare.
Ma quel punto continua a esistere.
E la sua esistenza non dipende dalla grandezza della luce che riesce a produrre.
Dipende dal fatto che non ha accettato di diventare nero.
Quante volte mi sono rimproverato di non essere abbastanza?
Abbastanza forte. Abbastanza sereno. Abbastanza capace di lasciare andare, di ricominciare, di dimenticare ciò che gli altri consideravano ormai trascorso.
Come se vivere fosse una competizione contro le proprie cicatrici.
Come se ogni dolore dovesse avere una scadenza.
Come se il coraggio consistesse nell’uscire indenni da ciò che, per sua natura, ci cambia irreversibilmente.
Oggi non voglio più chiedermi perché non sono tornato quello di prima.
Quello di prima non conosceva ciò che conosco adesso.
Non aveva attraversato certe stanze.
Non aveva ascoltato certi silenzi.
Non sapeva quanto possa diventare lunga una notte quando una sola domanda continua a ripetersi nella mente.
E soprattutto non conosceva il prezzo di rimanere sensibili dopo essere stati feriti.
Perché questa è stata la mia battaglia più difficile.
Non impedire al dolore di raggiungermi.
Impedirgli di insegnarmi a non amare più.
Avrei potuto diventare arido.
Avrei potuto considerare ogni affetto un rischio, ogni promessa una menzogna in attesa di compiersi, ogni felicità un’ingenuità destinata a essere punita.
Avrei potuto rinunciare alla meraviglia per non doverne sopportare la perdita.
Invece continuo a emozionarmi.
Continuo a cercare bellezza nelle cose che gli altri attraversano distrattamente.
Continuo a scrivere parole che non mi restituiscono nessuno, ma mi permettono di non consegnare all’oblio ciò che ho amato.
Continuo a credere nella tenerezza, pur conoscendone la vulnerabilità.
E questa, adesso lo comprendo, non è debolezza.
È una forma di insubordinazione.
Ogni volta che amo, contraddico tutto ciò che avrebbe voluto rendermi incapace di farlo.
Ogni volta che mi commuovo, dimostro che la sofferenza non ha confiscato la parte migliore di me.
Ogni volta che ricomincio, senza sapere come andrà a finire, sottraggo un frammento di futuro alla tirannia di ciò che è accaduto.
Non voglio trasformare le mie ferite in medaglie.
Non c’è alcuna gloria nell’aver sofferto.
Ci sono perdite che avrei volentieri evitato, anche a costo di non imparare nulla.
Ci sono persone che rivorrei accanto senza pretendere che la loro assenza mi abbia reso migliore.
Ci sono giorni che cancellerei dalla storia del mondo, se questo potesse restituire anche soltanto un respiro a chi non ne ha più.
Non chiamerò benedizione ciò che mi ha devastato.
Non ringrazierò il dolore per avermi insegnato a resistere.
Avrei preferito imparare diversamente.
Avrei preferito essere meno forte e avere ancora qualcuno da abbracciare.
E posso finalmente ammetterlo senza vergogna.
Perché non devo giustificare la mia sopravvivenza attribuendo un significato sublime a ogni disgrazia.
Alcune cose sono state soltanto ingiuste.
Alcune assenze rimarranno intollerabili.
Alcune domande moriranno senza una risposta.
E io continuerò a vivere anche senza averle risolte.
Guardo nuovamente il punto bianco.
Quanto è piccolo.
Quasi ridicolo nella sua sproporzione rispetto all’immensità che lo assedia.
Eppure tutta la fotografia dipende da lui.
Senza quel punto, il nero sarebbe soltanto nero.
Un’estensione uniforme, senza contrasto, senza racconto, senza alcuna possibilità di distinguere una presenza.
È quella minuscola esistenza a rendere visibile l’oscurità.
Non il contrario.
Mi fermo su questo pensiero.
Per anni ho creduto che fosse la vita, con la sua durezza, a definire chi ero.
Le perdite. Le delusioni. Le rinunce. Le ingiustizie. Le occasioni interrotte.
Come se la mia identità dovesse coincidere con l’inventario delle cose che mi erano state tolte.
Adesso comincio a intuire un’altra verità.
Non sono soltanto ciò che mi è accaduto. Sono anche tutto ciò che, nonostante quanto accaduto, ho continuato a scegliere.
Ho scelto di non disprezzare il mondo.
Ho scelto di non fare dell’amarezza una lingua madre.
Ho scelto di lasciare aperta una parte di me, anche quando sarebbe stato più semplice murarla.
E ho scelto di restare.
Con le mie contraddizioni, le mie stanchezze, la mia sensibilità a volte insostenibile.
Con il desiderio, ancora intatto, di vedere qualcosa di bello accadere.
Non pretendo più una vita immacolata.
Non chiedo che il nero scompaia.
Sarebbe come pretendere che il passato rinunci a essere esistito.
Chiedo soltanto di conservare questa piccolissima porzione di bianco.
La mia irriducibile facoltà di sentire.
La possibilità di accogliere ancora una voce, una carezza, una sorpresa.
La libertà di non sapere che cosa mi attenda senza considerare ogni incognita una minaccia.
E soprattutto la capacità di guardare avanti senza tradire chi è rimasto indietro.
Perché chi ho amato non appartiene soltanto a ciò che è stato.
Continua a vivere nella maniera in cui guardo, nelle parole che scelgo, nella delicatezza con cui cerco di avvicinarmi al dolore degli altri.
Non devo lasciarli andare per poter proseguire.
Posso portarli con me.
Non come un fardello.
Come una parte inseparabile della mia sostanza.
E allora questo punto bianco non mi sembra più così insignificante.
Contiene intere esistenze.
Nomi che non pronuncio senza avvertire un tremito.
Volti che il tempo non ha potuto rendere estranei.
Giorni magnifici, giorni atroci, giorni ordinari che oggi darei qualsiasi cosa per rivivere.
Contiene l’uomo che sono stato, quello che non sono riuscito a diventare e quello che, silenziosamente, sto ancora tentando di essere.
Un universo contratto in una particella.
Una biografia senza dimensioni.
Una minuscola, indocile eternità.
E capisco che non devo necessariamente splendere.
Non devo diventare un faro, una costellazione, una luce capace di rischiarare ogni cosa.
Posso essere soltanto questo.
Un punto.
Un uomo.
Una presenza che non rinnega la propria fragilità.
Non voglio più vincere contro la vita. Voglio riuscire a viverla senza perdere me stesso.
Anche quando è difficile.
Anche quando il passato torna a sedersi accanto a me senza essere stato invitato.
Anche quando la stanchezza mi convince che non ci sia più nulla di nuovo da aspettare.
Perché qualcosa, dentro di me, continua a rivolgersi verso ciò che non conosco.
Una disposizione minima, quasi impercettibile.
Non la certezza della felicità.
La disponibilità a incontrarla ancora.
E questa disponibilità, dopo tutto ciò che ho attraversato, possiede una grandezza che nessuna misura potrebbe contenere.
Il nero è ancora qui.
Non è arretrato di un millimetro.
Ma io non lo guardo più nello stesso modo.
Prima mi sembrava una sentenza.
Adesso è uno spazio.
E uno spazio, per quanto sterminato, contiene anche ciò che non è ancora accaduto.
Una parola che non ho sentito.
Un volto che non ho incontrato.
Un’emozione che non possiede ancora un nome.
Un giorno capace di sorprendermi quando avrò smesso di aspettarmelo.
Non so quanta strada mi rimanga.
Non so quali altre sottrazioni dovrò attraversare, quali gioie mi saranno concesse, quali parti di me dovrò ancora imparare a conoscere.
So soltanto che questa sera sono qui.
Piccolo.
Bianco.
Vivo.
E per la prima volta non considero la mia piccolezza una sconfitta.
Perché ho attraversato abbastanza oscurità da comprendere che la luce non deve essere immensa per avere un significato.
Deve soltanto esserci.
Come me.
Come questa ostinazione che mi abita.
Come il desiderio di aprire ancora gli occhi e concedere al mondo un’altra possibilità.
Stanotte non domanderò alla vita di restituirmi ciò che mi ha tolto.
Le domanderò soltanto di lasciarmi incontrare ciò che ancora non conosco.
E quando il buio sembrerà interminabile, non cercherò di convincermi che tutto andrà bene.
Mi basterà sapere che non tutto è già accaduto.
Che la mia storia non coincide con le sue pagine più dolorose.
Che esiste ancora una pagina bianca, anche quando il libro sembra completamente nero.
E che io sono qui per scriverla.
Domani sarà un altro giorno.
E il domani è una vittoria.

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