L’alba mi è entrata di notte,
senza luce.
Non ha fatto scena.
Si è stesa in me come una stanchezza
che conosce il suo posto.
Il buio non l’ha respinta,
l’ha tenuta.
Come si tiene una colpa
o un amore che non chiede spiegazioni.
Noi eravamo odore,
pelle che ricorda troppo,
un tremito vecchio
rimasto incastrato nel corpo.
Una verità lasciata crescere al buio
e poi calpestata
come si calpesta ciò che fa paura.
Le immagini hanno smesso di combaciare.
Ci guardavamo storti.
Eravamo due riflessi
che si cercavano
nel punto sbagliato dello specchio.
Il futuro è arrivato così:
senza bussare.
Ha lasciato resti.
Vita sufficiente a ferire,
insufficiente a salvare.
Una storia che non sa dove dormire.
Del tramonto
non ho memoria certa.
Forse non c’è mai stato
dopo quell’alba.
Tutto è rimasto lì,
in una squarcio dell’anima.
Ci torno.
Ci torno sempre.
Non per nostalgia
ma perché lì
c’è stato un secondo vero.
Un volo breve.
E basta.
Alcune albe
non chiedono di essere ricordate.
Sanno morire in silenzio.
E proprio per questo
non finiscono mai.
∇

Rispondi